Tappi e tradizioni

Pomeriggio assolato di fine giugno.

Un distributore di benzina lungo una strada un tempo parecchio trafficata, ora un po’ meno.

Macchine pigramente parcheggiate di fronte al pigramente aperto baretto.

Una panda verde, piuttosto nota ai i locali, arriva spedita, si dirige alla pompa numero 4, si ferma.

Ne scende una ragazza riccia e occhialuta in jeans e maglietta che già dalla faccia si capisce che non tira una grande aria e che per piacere facciamo presto ché voglio andare a casa prima di subito e ‘sta cavolo di benzina costa sempre uno sproposito roba che se potessi andrei in triciclo e all’inferno le macchine porco mondo ‘sta vita.

Il totem inghiotte la banconota, l’erogatore fa il suo lavoro ed eroga, veloce perché di certo non si tratta di fare il pieno.

E poi arriviamo lì.

Al fatidico momento.

Il momento di rimettere il tappo della Panda.

Se qualche anno fa, infatti, il problema era aprirlo, nel frattempo da queste parti ci si è evoluti e al posto dell’impugnatura è comparsa la fessura per una chiave; scelta motivata dal fatto che qualcuno ha avuto la bella pensata di fregarselo, il suddetto tappo (circostanza che fa sorgere domande esistenziali sull’umanità tutta nonché visioni apocalittiche sul suo destino) e che ha facilitato di molto le operazioni di apertura, con grande gioia della ragazza riccia e occhialuta. Senonché, dato che evidentemente il rapporto con questo tappo non è destinato ad essere pacifico, è sorto un nuovo, esasperante inghippo: a volte non rientra. Si può stare cinque minuti buoni a tentare di reincastrarlo al suo posto, ma per motivi misteriosi quello rimarrà ostinatamente bloccato. Ovviamente solo ed esclusivamente nelle mani della ragazza. Perché in quelle di chiunque altro il problema non si pone.

“Ti serve una mano?”

“Ssssì, grazie!”

La ragazza riccia, dopo aver armeggiato per minuti interi, incupendo sempre di più l’espressione del viso che già in partenza, come detto, non era un granché, e dopo aver iniziato a bofonchiare a voce sempre più alta, offrendo evidentemente uno spettacolo curioso al vicino di pompa che stava intanto facendo serenamente benzina, aveva gettato la spugna e si stava dirigendo ad ampi passi al posto di guida brandeggiando nella mano destra il tappo con tutta la chiave, decisa a tornarsene a casa al silenzioso grido di ma che mme ne frega ammè ma morisse il tappo la benzina e tutti quanti. Sentendo l’offerta del vicino, per una frazione di secondo pensa addirittura di rifiutare e tornarsene finalmente a casa e pure di corsa. Ma è un pensiero passeggero.

“Eh vedi, ti si era girata la chiave e non rientrava”

Classici tre secondi di tempo.

“Grazie, eh!”

Perché le tradizioni vanno rispettate. Io ho bisogno di òmini che mi aprano o mi chiudano il tappo della benzina della Panda, e rigorosamente allo stesso distributore. Poi se, come in questo caso, si offrono addirittura spontaneamente, probabilmente mossi a pietà, è ancora meglio.

 

 

Lucciole

Qualche sera fa ho visto le prime lucciole della stagione, e non è cosa che si possa ignorare.

Non sembra, ma è già di nuovo giugno, l’anticamera dell’estate, e il tempo è ancora scorso troppo in fretta.

Non sembra, ma è di nuovo la mia stagione preferita, e nonostante tutto mi piace ancora respirare i profumi della notte.

Nel dormiveglia l’immagine che disegno sul limitare della coscienza è quella di una me che trascina sé stessa. Così mi sento: una parte che vorrebbe affondare e l’altra che non si rassegna, che tira, che lotta e si rialza, anche se a fatica. Il peso che porta è sé stessa.

Sono entrambe molto ostinate.

“Non devi cambiare niente di quello che sei.”

“Ma se una parte di me fosse sbagliata? Se mi facesse stare male?”

“Allora abbraccia quella piccola parte di te e amala più di tutte le altre”.

Non so, non capisco nulla, ma chissà che non sia proprio questo il punto.

 

Che si vada a incominciare.

È la prima volta, da che ho memoria, che l’appressarsi della fine dell’anno porta con sé l’incalzante sensazione che qualcosa, davvero, stia finendo. E che qualcos’altro, dunque, inizierà.

Forse perché è la prima volta, da che ho memoria, che non si tratta di una parentesi tra impegni rimasti in sospeso, che si chiamano da un lato all’altro dello spartiacque. Ché il capodanno, piazzato lì tra una presunta festività religiosa e l’altra, nel mezzo di qualche giorno di vacanza strappata a occupazioni e scadenze, a ben pensarci, perde un po’ di senso. Buona fine, buon inizio!, ma di cosa, che domani devo studiare per l’esame di gennaio, esattamente come ho fatto ieri? Per dire. Non si fa in tempo a chiudere un capitolo che si sta già pensando a quello successivo, che poi è esattamente identico al precedente, c’è solo un numero diverso nella data del calendario.

Quest’anno non ho esami. E non ho neanche un lavoro, le mie sono ferie perenni. Non ho strascichi, non ho ponti mentali da un lato all’altro di una data che dovrebbe essere fatidica.

Però no, non è solo questo. È che sta finendo il 2015, che è stato un anno lunghissimo e difficile, e con lui ho la sensazione che finiscano molte altre cose. Non è stato un anno da dimenticare, anzi va ricordato per bene, perché ho imparato tanto di me, tanto da me. Tanta intensità, tanta scoperta, tanta fine; ma la fine non è sempre qualcosa di negativo, e non parlo solo della laurea. Potrei dire che è stato un anno vissuto intensamente. Tanta vita, insomma.

E l’impellente sensazione, ora, che sia tempo di chiudere capitoli ed iniziarne altri. E la forza di credere che, qualunque cosa succederà, saprò affrontarla come ne ho affrontate altre, che sarò all’altezza di me stessa. Perché la vita, a me, piace. O almeno questo è quel che mi sento di aver imparato da quest’anno. No, c’è anche un’altra cosa: l’amore non si dice, si fa.

Sono solo all’inizio, ma ora che sono partita non ho intenzione di fermarmi. Finisce questo anno, ma ne inizia un altro. E allora, che si vada a incominciare.

 

Lettera d’amore sul treno

Di Milano ho visto due cose: la stazione Centrale e quella di Porta Garibaldi. Una all’andata, una al ritorno. Milano Centrale è bellissima: quando il treno è scivolato sotto le volte di vetro ho pensato brevemente al Musée d’Orsay, col suo enorme orologio, e a fantasmi di nebbie e fumi che una notte d’inverno un viaggiatore di inizio secolo avrebbe potuto vedere. Ma quel giorno c’era il sole, e Milano Centrale era bianca e affollata, non solo dalle persone, ma dai negozi lampeggianti e incongrui, tristemente identici a quelli di Roma Termini, dai quali ho distolto lo sguardo per alzarlo sulle volte, sulle scalinate, sull’orologio di ferro battuto che mi ricordava di non fare tardi. Sono uscita qualche minuto e sono rimasta lì, in quella che ho poi scoperto essere Piazza Duca d’Aosta, appena il tempo di imprimere negli occhi l’immagine di palazzi alti e di sole abbagliante. Poi sono tornata dentro, ché dovevo prendere un altro treno.

Mi piace viaggiare in treno. Da bambina guardavo i treni passare nella stazione vicino a casa, una stazione piccola di paese, dove salivano massimo uno o due passeggeri, oppure nessuno. Il passaggio a livello rintoccava, il treno arrivava sferragliando e ululando, e io potevo sentirlo da lontano, e correre a vederlo. Una volta i miei genitori vollero far provare a me e mia sorella com’era. Mia madre comprò i biglietti e salimmo tutte e tre alla stazione della città, mentre papà ci salutava dalla banchina. Osservai con vago timore e una certa emozione il paesaggio che scorreva dal finestrino per un quarto d’ora che mi sembrò lunghissimo. Arrivati alla stazioncina vicino casa c’era lì papà a prenderci, sembrava avessimo fatto una gita.

A scuola prendevo il treno per arrivare alla sede centrale del liceo, e il suono del passaggio a livello era diventato il segnale che ero in ritardo e c’era da correre. Spesso viaggiavo però in orari inusuali, magari per essermi fermata in città con le amiche, più spesso per qualche corso pomeridiano. In quei quarti d’ora ho iniziato ad amare il dondolìo del treno, i suoi rumori, persino i suoi spazi stretti ma più vivibili di un autobus. La sensazione di lasciarsi condurre, di poter distogliere lo sguardo dal reale per entrare in uno stato di riflessiva fantasticheria.

Mi piace l’idea di viaggiare in treno. Mi piace avere un biglietto in tasca e un treno che mi aspetta al binario. Mi piace salire, cercare il posto, eleggerlo a mia poltrona personale ed esclusiva per qualche tempo. Mi piace osservare i tabelloni delle stazioni che periodicamente cambiano con quel loro meccanico sfogliettìo che promette mille destinazioni diverse. Mi piace trastullarmi con l’idea di stare lì davanti, scegliere una città, comprare il biglietto al volo e partire. Mi piace andare, mi piace anche tornare, mi piace rimanere sola nel mezzo, osservare chi mi sta vicino, parlarci se mi va, magari fare strani incontri. Come quando, sul regionale Milano-Verona, ho giocato a morra cinese con un bambino di sei anni – no, quasi sei anni, bambinesca precisione – che ho poi scoperto essere figlio di Leonardo Manera. Ma tu lo conosci mio papà?, lì per lì ho pensato ma figuriamoci, del resto due minuti prima aveva dato per scontato che conoscessi la via dove abita, io che di Milano avevo visto, appunto, solo la Stazione Centrale. E invece.

Il treno è il viaggio, è l’andare e poi il tornare, però un po’ diversa, un po’ più qualcosa, un po’ meno qualcos’altro. Un misto di gioia e aspettativa, o una stretta allo stomaco di nostalgia, di mancanza, un vago timore dell’indeterminato, del provvisorio, una voglia di incontrare e sperimentare, di lasciar andare le sicurezze, un’ansia di novità e una paura del nuovo, insomma proprio come la vita. Però è anche un passare attraverso, attraverso cose, luoghi e storie, che sfiori senza toccarli, forse non li conoscerai mai, ed è quasi una vertigine pensare a tutte le cose che non si vedono in questo andare e tornare, quante stazioni sconosciute guardi solo dal finestrino, quanti posti in cui trascorri qualche minuto appena per poi lasciarli di nuovo, forse per sempre. Ad esempio, io di Milano ho visto solo due cose: la stazione Centrale e quella di Porta Garibaldi.