Labirinto

Dovete sapere che ogni luogo della facoltà di Lettere e
Filosofia dell’Università la Sapienza è un luogo speciale.

Ebbene si. Ogni angolo scrostato, ogni stanza stretta,
ogni bacheca aggiornata al ’98 ha una sua storia, un suo perché, una
caratteristica che la rende unica e inconfondibile. Un labirinto misterioso e
inconoscibile che si studia e indaga a poco a poco, con felina cautela,
adattandosi alla sopravvivenza (e a qualche figura di mehm.)

Io, che sono poco più di una matricola sfigata, non posso
ovviamente pretendere di arrivare a conoscere ogni mattonella di quell’illustre
edificio. Ma bisogna dire che qualcosa in questi mesi l’ho pur imparata.

Prendiamo ad esempio il corridoio di Filologia classica,
così, per dire. Il corridoio di Filologia classica mi ha colpito fin dalla
prima malcapitata volta in cui vi sono approdata. Situato al secondo piano, a
destra (a sinistra a ancora non ho capito che c’è e non ho intenzione di
indagare, finché posso: la jungla è insidiosa, meglio non andare a snasare),
perennemente semibuio e abbandonato, suggerisce misteri indicibili. Le panche
di legno sempre vuote, i sussurri a mezza voce, le luci che spesso si spengono
dopo un sinistro tremolìo e che comunque mantengono sempre l’ambiente in
penombra: tutto contribuisce a metterti in guardia contro le insidie che quelle
porticine nascondono. Sul fondo si apre però, inaspettatamente e
inspiegabilmente, il corridoio di Geografia, che non so perché ma a me questa
cosa mi mette sempre un po’ d’allegria. Sarà perché è sempre un po’ più
illuminato, sarà perché nell’aula di Geografia c’è un pannello tutto colorato
che illustra i danni ambientali al pianeta Terra nel 2000 (bello, no?), o sarà
semplicemente perché nel corridoio di Filologia classica ci sono sempre passata
di corsa, sollevata dal fatto che non mi ci dovevo fermare, bensì dovevo
arrivare all’aula di Geografia per le lezioni tutto sommato divertenti di
Glottologia, ma quel corridoio lì è proprio più simpatico. Ci sono pure le
finestre.

Il corridoio di Storia tutto sommato è carino.
Innanzitutto sta al terzo piano e ci sono le macchinette e per fortuna che
altrimenti bisogna scendere fino all’atrio. E poi ci sono le finestre anche lì,
e una biblioteca di tal Monteverdi che mi dicono è la meno sorvegliata di Roma
e devi stare attenta che non ti si freghino pure la sedia. Simpatico. Di aule
ne ho viste poche in quel labirinto nel labirinto che è il corridoio di Storia
(come tutti i corridoi), però nella zona di Storia medievale ho incontrato
l’unica ragazza della storia delle ragazze/i dei gabbiotti di informazioni
capace di darmi veramente delle informazioni. E addirittura attendibili. No
anzi, che dico: vere. Roba dell’altro mondo. Il corridoio di Storia moderna e
contemporanea è invece particolarmente ricordato dal mio fondoschiena dai tempi
del mio primo esame, qualcuno magari ricorderà. Le bacheche sono famose per
essere sempre ben aggiornate, peccato che non si possa dire lo stesso del sito,
ma pretendere anche questo alla Sapienza è utopistico.

Ma il vero corridoio del cuore (si fa per dire) è quello
al terzo piano: il Dipartimento di Italianistica e Spettacolo. Dotato di ben
due gabbiotti di informazioni che non servono assolutamente a niente se non a
vendere la guida dello studente, si caratterizza per una serie di finestroni
(accanto ai suddetti gabbiotti) solitamente pieni di fogli di avvisi e
compravendita di libri gomito a gomito con le liste degli appelli di professori
misconosciuti (almeno da me) che non so per quale imperscrutabile motivo
appiccicano fogli di tale importanza su delle finestre. Di fronte ha sede la biblioteca
del dipartimento, senz’altro più sicura di quella di storia ma anche più
rognosa, dato che non ci puoi portare dentro praticamente niente, compresi i
tuoi libri, e altrettanto difficoltoso deve essere portare fuori qualcosa
(anche legalmente, intendo). Però è stata cornice di lunghi pomeriggi passati a
scroccare il wi-fi dalla sottoscritta, non necessariamente dentro, che come ho
detto è una menata entrarci, ma anche fuori alle scale che prende lo stesso. E
vi posso assicurare che non ero l’unica sfigata a farlo, quindi smettetela di
ghignare, che vi sento.  È la sede degli
studi di tutti i professori del dipartimento e di conseguenza luogo privilegiato
degli esami di noi Italianisti. Le pareti sono sature delle paure e dei
santioni di milioni di studenti che ci sono passati, il pavimento ha visto riversarsi
folle di studenti disperati o semplicemente esausti, ammassati per ore in attesa
della salvezza divina (e i risultati si vedono, dato che il pavimento presenta
occasionali avvallamenti dai quali consigliano di guardarsi professionali
cartelli posti in bella vista. Ottima presentazione per la matricola che arriva
bel bella piena di buoni propositi accademici.)  Le caratteristiche porte blu  hanno visto e udito scendere lacrime e sudore
a non finire e svilupparsi rapporti di amore e odio con Danti e Foscoli vari,
per non parlare delle voci di milioni di esami, condite magari di qualche
urlaccio da parte di prof simpatici. Aure di timore sacro aleggiano talvolta
intorno all’entrata di qualche studio (tipo quella della presidente di Corso,
la butto lì) e amene figure si aggirano per le stanze, sempre apparentemente
indaffaratissime e particolarmente affabili, come la celebre segretaria dello
studio 9. Il corridoio è altresì famoso per essere manchevole di un elemento
fondamentale: il bagno. Che esiste solo per i prof, chiuso a chiave, non sia
mai.

Oltre a questi esistono altri luoghi misteriosi e
affascinanti che contribuiscono ad aumentare la fama della facoltà. Al piano
sotterraneo, per esempio, ho scoperto recentemente l’esistenza di un mondo
sconosciuto, e a ragione. Aule come quella di Archeologia sono apparentemente
ferme agli anni Cinquanta e con tutta evidenza abbandonate più o meno in quel
periodo. Della loro esistenza sono a conoscenza in pochi, e rimanerci per più
di un quarto d’ora sviluppa nello studente una sensazione di abbandono
progressivo e inesorabile, coadiuvato dalla bassa temperatura e dalle luci
artificiali. È sospetto piuttosto comune che sia possibile dimenticarsi laggiù
dell’esistenza di classi intere di studenti e leggenda vuole che chi si sia
perso tra quelle stanze non sia più stato ritrovato e vaghi ancora solitario
alla ricerca dell’uscita, facendo udire i propri lamenti nelle fredde notti d’inverno.
Uscire dopo due ore di lezione, alla luce del sole,  crea l’impressione di un ritorno alla vita a
lungo agognato.

Poco lontano, cioè sempre lì al piano di sotto, si trova
la caratteristica Aula a vetri. Si tratta di un’aula le cui pareti sono di
vetro. Punto. La cosa interessante è che all’esterno i vetri suddetti sono a
specchio, all’interno no. Immaginate le scene a cui si può assistere per questo
motivo: gente che passando si specchia, si sistema, passeggia scrutandosi
meditabonda, bellamente ignara che all’interno una folla intera se la sta
scialando.

Da lì vicino si può accedere a uno dei luoghi più
inquietanti dell’edificio, che se la batte col corridoio di Filologia classica
per capirci: il centro fotocopie Mirafiori. Si nota a malapena e vi si accede
attraverso una porta semiscrostata alla quale segue una scala stretta e
spoglia, circondata da pareti chiare ornate di graffiti del Neolitico e
caratterizzata d’inverno da una temperatura cha va dal gelato all’artico. Se vi
capita di andarci per la prima volta un grigio pomeriggio di pioggia durante il
quale non gira un’anima, come me, la fantasia vi si riempie di immagini di aggressioni
in androni vuoti e voci minacciose. Potreste anche spaventarvi. E considerate
che lì c’è anche l’ufficio per l’Erasmus, poveri ragazzi. Ma l’atmosfera cambia
non appena arrivi alla vera e propria stanza delle fotocopie, la quale somiglia
più a un bagno turco per la temperatura incredibile che si raggiunge grazie ai
motori di quei mostri enormi che sputano fogli e al computer sempre acceso,
contro i quali ben poco può la finestrella derelitta, perennemente ma inutilmente
aperta.

L’atrio di facoltà è naturalmente il luogo più affollato.
Dotato dell’ufficio della Presidenza, di varie aule tra cui la famigerata aula VI,
sede di riunioni e dibattiti di Onde varie, e dei corridoi di Archeologia e
Storia dell’Arte, è il primo impatto delle matricole che approdano in facoltà. È
fornito anche di macchine fotocopiatrici a pagamento che ti sganciano 10
centesimi a foglio per fotocopie annerite e illeggibili che non sono buone
neanche per farci gli aeroplanini. Le celebri macchinette dal caffè al sapore
di gatto sono lì, pronte per ogni esigenza. Uno dei momenti più belli in cui
ammirarlo è la sera, quando è semideserto e illuminato da luci calde, con pagine
di giornale sparsi qua e là e studenti che si attardano sulle scale a fumare.
Non so perché, ma quell’atmosfera di fine giornata, in cui ti guardi intorno e
cammini lenta, senza doverti fare strada tra la folla, per uscire nel freddo, o
nel fresco, e tornare a casa, a piedi o in autobus, che fuori è già notte o giù
di lì, quell’atmosfera insomma ti fa andare ancora più lenta e un po’ pensosa,
e magari un sorriso ti esce, mentre ti sistemi la giacca e chiudi la borsa.

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