Roba da ristoratori

L’altra sera sapevo di dover lavorare, ma non che avrei dovuto lavorare… in sala. Siccome l’ho saputo verso le 7 meno un quarto, mi sono scapicollata alla ricerca di pantaloni/camicia/scarpe, ma senza fare la fatica di imprecare.
Insomma, alle sette e mezza ero lì che stiravo la camicia recuperata non si sa come e mi chiedevo, dato che aveva tutti i segni di una camicia usata, chi mai potrebbe indossarla in mia assenza. No, perché io lavoro esclusivamente in cucina da almeno un anno e mezzo. Chi sarà il feticista di camicie bianche Lorraine Ray? Mah.

Ma la cosa che davvero mi chiedo è: perché questa camicia è così enorme? L’ho comprata anni fa, ma non mi spiego perché l’ho presa di due taglie più grande; aggiungici il taglio maschile e non stupisce se mia nonna la schiaffa sempre nell’armadio di mio padre (ma sono sicura che non se la mette lui eh; d’accordo due taglie più grande, ma insomma…)
Non era una cosa guardabile; ho optato per il gilet nero di ordinanza, così almeno si vedevano solo le maniche (arrotolate) e il colletto.

Ed ecco qui che per una sera tornai cameriera: capello legato, trucco leggero, gilet figo e tutto il resto. Roba che non mi vestivo così da… quando? Boh. Commento di papà “Eh ci stai bene eh, il completo, l’occhialetto figo…” (oh my God!)

Perché c’è da considerare che la divisa da cucina non è propriamente affascinante: pantaloni della tuta o simili, scarpe da ginnastica vecchie ma comode, maglietta almeno degli anni ’90, grembiule di dimensioni variabili e anche di macchie variabili man mano che procede la serata, spesso e volentieri legato sul davanti (hanno i nastri più lungi proprio per questo, è più comodo e ci puoi appendere eventuali strofinacci), capelli tirati su con cuffietta orripilante, faccia completamente struccata che tanto non ti deve vedere nessuno (e meno male). Ma è questo il bello: in cucina puoi anche avere i capelli sparati o i pantaloni ascellari, non gliene frega niente a nessuno. E puoi anche imprecare contro il cliente che manda indietro le patatine perché vuole quelle tagliate a mano, o le tavolate da dieci che prendono 10 primi diversi o quello che “una capricciosa però metà napoli però senza funghi e con tante olive e mi ci metta anche due fette di bresaola, ma la fate la focaccia con la nutella???”

In sala no. In sala devi essere (giustamente) ordinato nell’aspetto, garbato nei gesti e gentile nelle parole. Che tradotto vuol dire che devi avere  divisa, faccia e capelli in condizioni presentabili, non devi sbattere i piatti davanti alla gente ma usare un po’ di grazia e i gesti giusti, e soprattutto non mandarli a quel paese quando ti fanno fare il quarto viaggio inutile per uno stuzzicadenti o ci mettono tre ore a dirti di chi è la pizza che ti sta bruciando la mano.

Ecco perché preferisco lavorare in cucina (anche se qualche volta, di fronte alle pile di piatti in attesa di essere lavati, mi pento). Però venerdì c’era bisogno di una mano in sala e mi sono detta vabbè dai, sarà divertente tornare ai vecchi tempi.

Facciamo finta di si.

Erano 40 persone, di cui la metà bambini: proprio quella, la cena di classe. L’incubo di ogni cameriere. Bambini che corrono e urlano, genitori che se ne fregano e altri genitori che addirittura si ubriacano. Pizze che non si sa di chi sono e tornano indietro, antipasti che non finiscono più, ketchup schizzato ovunque tranne che sulle patatine, il karaoke a cui ha brillantemente pensato l’organizzatore per contribuire alla sordità generalizzata, i cretini sempre più ubriachi che chiedono altra birra (ma si può? Alla cena dei figli?) e un caldo incredibile: sarà che camicia di cotone non proprio leggero + gilet = sauna.  E questo è niente; mi hanno detto che la settimana scorsa era stato anche peggio.

Se per caso mi fossi dimenticata perché preferivo stare in cucina, niente paura, me lo sono ricordata, grazie.

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3 pensieri riguardo “Roba da ristoratori

  1. Per la serie.
    Lavoro in sala ricevimenti da tre anni. ho la vaga impressione di capire. ma la gente,la gente… non c’è giornata in cui, avvicinandomi a qualche collega, non dica “ed io che credevo di averle viste tutte!!!”

    1. Robe da non crederci, è vero. Uno oggi è venuto a prenotare un tavolo alle 9 di mattina, meravigliandosi di non trovare nessuno nel ristorante (infatti ha suonato al campanello di casa).

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