Impressioni di settembre

E finalmente eccomi a scrivere l’intervento terapeutico del post-viaggio, come sempre. Ultimamente non ho avuto molto tempo, il mondo cospira per impedirmi lo studio, con la mia complicità; molto divertente scoprire che l’appello dell’esame che pensavo di dare è solo tra due settimane. Vita universitaria.
Ma torniamo al viaggio. Molto bello, mi è piaciuto molto, tutto benissimo, a parte un dettaglio: il tentativo, attuato da mia zia, di difendermi da un pericolosissimo fisioterapista di trentasei anni (categoria, i fisioterapisti trentenni, da cui notoriamente provengono i peggiori maniaci) reo, tra le altre cose, di aver accennato a sedersi accanto a me sull’autobus per ascoltare una canzone dei Coldplay dal mio lettore mp3.
No, dico.
Se faceva sorridere prima (si, insomma, una volta superati gli istinti omicidi che, vi giuro, ci sono stati) con il tempo la faccenda diventa sempre più divertente, e tutti gli sforzi della zia si rivelano incredibilmente vani davanti alla constatazione che, nella realtà quotidiana, il lupo cattivo abita esattamente nella stessa radura di cappuccetto rosso! Con gli episodi di questa commedia potrei farvi ridere le ore, ci sono delle scene stampate nella mia testa che sembrano quasi finte, eppure sono accadute davvero. Roba che i miei genitori si sono rotolati dalle risate. Io da parte mia ho raggiunto un nuovo grado di consapevolezza dell’abisso in cui può sprofondare la mente umana (in particolare quella di mia zia).
Ma bando a queste amenità medioevali, parliamo della Bulgaria, per la miseria. Allora, vi dico subito che la storia dei semafori a Veliko Tarnovo è una bufala, dato che quei pochi che ho visto non avevano certo il timer. In compenso ne ho visto uno a Plovdiv ma non ho avuto modo di portare una testimonianza di questo avvistamento; inoltre ho testimoni oculari della presenza dei suddetti semafori anche a Sofia. In conclusione, i semafori con il timer in Bulgaria ci sono, e questo è certo: però non si sa bene dove cercarli.
Ma procediamo con ordine. Dunque, cominciamo con l’aeroporto: giusto perché non pensiate che la storia del maniaco (o seduttore malefico, come si preferisce) sia l’unica ad aver allietato la mia vacanza. C’è un altro grande filone comico: la mia carta d’identità. Magnetica, valida ovviamente per l’espatrio, ma con il rinnovo cartaceo che secondo la tizia del check-in, che parla sulla base di quello che le ha detto non si sa bene chi (“A me m’hanno detto che non va bene quando ho rinnovato la mia”, cioè i funzionari del Comune di Scurcola Marsicana, immagino)(vabbè che io con quelli di del mio comune dovrei proprio stare zitta eh) non mi autorizza a partire. A queste parole io sono già con la testa nella macchina di mio padre alla volta di casa e l’idea non mi piace per niente. Al che interviene una seconda tizia che invece dice che a lei l’hanno fatta partire, ohibò. Consultazioni varie che si concludono con la soluzione più logica: andiamo a chiedere. La polizia grazieaddio mi dice ok, t’ha detto bene perché la Bulgaria è buona e ti fa entrare lo stesso, posso partire. Ma mica è finita così: in tutti i settordici controlli seguenti (alla partenza, all’arrivo, al ritorno, ovunque) il funzionario di turno mi ha ogni volta fatto notare che la carta era scaduta, io gli ho fatto notare che avevo il rinnovo e lui, dopo avermi squadrato per trovare in me qualche traccia di intento terroristico e aver esaminato minuziosamente la mia carta alla ricerca di non so quale indizio di contraffazione, mi ha lasciato passare con l’immancabile sguardo da “stavolta crediamoci, va”. Ora io inviterei tutti a meditare profondamente sulle conseguenze che può avere uno schifosissimo pezzo di carta, stampato pure male, nel XXI secolo.
Detto ciò, parliamo di Sofia, la prima città che ho visitato, la capitale: città particolare, mi è sembrato. Il centro è nuovo, curato, moderno, ampio, splendente, di un pulito nordico; ma ogni tanto spunta fuori qualche vecchio, grigio palazzone socialista e qualche strada dopo case così decrepite che sembrano sbriciolarsi sotto i tuoi occhi. Ho avuto l’impressione di una sorta di luogo a metà: un po’ avanti e un po’ indietro, in piena evoluzione. Ci sono cantieri ovunque, operai, sacchi, strade, macchinari, terra scavata, sembra che la città ti cresca davanti; negozi modernissimi da una parte, vecchi bar anni ’90 dall’altra, le edicole e i gabbiotti della polizia immutati nel tempo che è passato agli angoli di parchi e strade nuove, villette appena costruite da cui spuntano divani anni ’80, orchestrine con fisarmonica e basco in testa al centro del centro lindo e pinto. Persino il patriarca ortodosso è un residuo del passato comunista che i giovani ormai non tollerano più.
A proposito di chiesa: le chiese ortodosse sono bellissime. In Bulgaria la ricchezza sta soprattutto nelle chiese e nei monasteri, quelli che non sono stati distrutti dai Turchi. Affreschi meravigliosi, per non parlare delle icone e delle iconostasi intagliate nel legno come quella del monastero di Rila. Ho perso il conto di tutti quelli che abbiamo visitato. Durante la visita a un monastero dalle parti di Plovdiv ho preso lui: il mio bellissimo e buonissimo lecca-lecca. Non ne vedevo uno così da anni, colorato e talmente grande che è impossibile finirlo, è stato amore a prima vista. Peccato che al ritorno se lo sia mangiato quasi tutto mia sorella.
Comunque, cos’altro nominare? Ho visto la croce di Raffaele (una croce di legno intagliata con scene così microscopiche che il monaco Raffaele, appunto, dopo dodici anni di lavoro diventò cieco, e vorrei ben vedere), il tesoro tracio (piatti, coppe, anfore di oro purissimo cesellate perfettamente ), Emilio e Alessandro “il carino” (personaggi molto cari agli abitanti di Plovdiv, soprattutto alle donne a quanto pare), la Valle delle Rose dove si coltiva la rosa Damascena, il cui olio è alla base dei profumi più famosi del mondo (non per niente un litro di olio di rosa bulgara sta sui 5000 euro), e poi arriviamo a Veliko Tarnovo, la mia tappa preferita. La città è l’antica capitale bulgara e vanta una bella fortezza che io potevo vedere dalla finestra dell’hotel, la fortezza in cui Baldovino di Fiandra venne sconfitto dai Turchi mandando all’aria la quarta crociata nonché l’ultimo regno cristiano in Oriente (la leggenda parla di una storia d’amore, ma è più probabile che le cose siano andate in maniera molto meno romantica). In realtà il castello è stato ricostruito sulla base delle testimonianze, al massimo ci sarà qualche pietra originale, ma la vista da lassù è fantastica, e il prato ottimo per prendere il sole, parola mia. Ho amato molto la fortezza in notturna, considerando poi lo spettacolo di suoni e luci che abbiamo visto aggratis per la festa nazionale, ma soprattutto ho visto l’alba: il sole sorge esattamente dietro il pinnacolo della chiesa che sta sulla sommità.
Se qualcuno si chiede perché mai io abbia visto l’alba a Veliko Tarnovo, la risposta è semplice e scritta nel mio DNA: ci dev’essere almeno un giorno di viaggio in cui sto male. Quel giorno la febbre mi ha buttato fuori dal letto alle 5 di mattina per poi farmi stare in coma sull’autobus per un altro pezzo di giornata, con la felpa di pile mentre il resto del mondo andava in maniche corte. Sono cose che capitano (a me, sempre).
Per finire, direi che un cenno doveroso va fatto all’argomento alimentazione. Innanzitutto in Bulgaria non esiste pasta, ma hanno del buon pane, e non esiste olio d’oliva, ma hanno ottimo vino. Il pasto principale, che è la cena, si svolge così: un’insalata mista (la più diffusa è composta di pomodori, cetrioli, cipolla e formaggio salato grattugiato) accompagnata da un bicchierino di grappa; si prosegue con una zuppa (di verdure, di funghi, di legumi, di patate, quello che è) e a seguire carne di vario tipo, accompagnata da vino o birra. Per finire dolce se c’è, prosecco, Martini o simili per gradire. Inutile dire che io ho voluto sperimentare tutti i prodotti locali, a cominciare dall’insalata con la grappa, che devo dire è ottima, per finire con i vini tipici. L’ultima sera a Veliko Tarnovo ho voluto assaggiare la birra del posto, ma c’era soltanto in bottiglie da mezzo litro. Quella sera ho fatto la valigia praticamente da ubriaca, il che è sorprendente dato che sono riuscita a farci entrare tutto con un’abilità che non ho più replicato.
E questo è quanto. Anche questa volta sono stata invitata a casa di gente, dato che le signore di Prato si sono coalizzate per ospitarmi quando voglio (un altro paio di viaggi così e mi giro l’Italia a scrocco, cavolo) e anche questa volta devo fare speciali ringraziamenti: ad Allegra la super-guida (al secolo Vesela) e ai suoi occhi blu che spero un giorno di incontrare di nuovo, a Tina che ha allietato tutti con la sua voce e ha una risata contagiosa, oltre che una capacità di capirmi al volo, e soprattutto ad Ale il maniaco che, tra un tentativo di seduzione e l’altro, mi ha fatto ridere, mi ha fatto pensare, mi ha fatto persino cantare e, sopra ogni cosa, mi ha prestato la sua macchina fotografica.
I ringraziamenti però non saranno mai abbastanza per lui: il lecca-lecca.

Le foto a breve.

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