Due o tre cose che non sai di me

Ho deciso di inaugurare una nuova sezione. Inizialmente nata nella mia testa come unico post, sta però diventando una specie di libro, di cui peraltro ho materialmente scritto solo qualche riga. Il resto è tutt’ora nella mia testa, in totale disordine ovviamente.

Perché stavo pensando che ci sono cose su di me che è meglio sapere. Non per gli altri, ché io sono una personcina discreta e adattabile, generalmente; ma per me, se volete o dovete frequentarmi è meglio che le si sappia, certe cose, mi fa piacere.
Poi se dovete frequentarmi per parecchio tempo al giorno, tipo se con me ci dovete vivere, se le sapete comincia ad essere meglio anche per voi, ché c’è un limite anche all’adattabilità e alla discrezione della mia personcina.

Uno. Dovete, per piacere, lasciarmi la mia bolla.

Quando andavo al liceo per un paio di volte è venuta in classe una bislacca signora per non so più quale progetto sulle interazioni sociali del gruppo-classe. Forse il fatto che eravamo un Liceo Pedagogico ha influito sulla scelta delle classi, non saprei.

Ad ogni modo ricordo varie attività, tra cui un brainstorming su non so più quale parola, cartelloni come frutto di  non ricordo più quale attività, un incontro di gruppo in cui ognuno doveva dire i difetti di tutti gli altri (era la fase “distruttiva” alla quale doveva seguire quella “costruttiva” del gruppo, cioè dirci i nostri pregi, che non è mai avvenuta perché nel frattempo il progetto è stato interrotto. Pensate l’efficacia: costringerti a fare cose che normalmente non avresti mai fatto, tipo dire alla tua compagna di banco che odi da anni la sua insopportabile puzza sotto il naso o a quell’altra che le sue uscite cretine alle assemblee di classe non t’hanno mai fatto ridere,  per poi lasciarti in balia di quello che ne viene fuori, complicando una situazione che fino a poco prima era perfettamente gestibile. Infatti vi risparmio quel che ne è potuto seguire in una classe composta di adolescenti totalmente femminile. Poi dicono i traumi giovanili.)

L’unica attività che m’è rimasta impressa è stata quella della bolla. Se non ricordo male in quell’occasione siamo state informate che ognuno di noi è circondato da una bolla, una sfera invisibile il cui raggio dovrebbe essere pari all’incirca alla lunghezza del proprio braccio e che delimita il nostro spazio personale. Il superamento di questa barriera, che normalmente rispettiamo in maniera istintiva, presuppone rapporti progressivamente più stretti fino alla completa intimità. Per capirci, con uno sconosciuto non parliamo con la faccia a dieci centimetri di distanza, o se saliamo su un autobus semivuoto non ci andiamo ad appiccicare al passeggero più vicino come se fosse stracolmo.

Ecco, questa cosa della bolla mi è piaciuta, tant’è che me la ricordo molto più di tutto il resto (il che è tutto dire). E c’è un perché: è che io alla mia bolla, di cui prima non conoscevo l’esistenza in questi termini, ci tengo. Per la serie: se vuoi avere buoni rapporti con me stai nel tuo.

Sono scontrosa? Forse. È che io non sopporto l’invadenza, in tutti i sensi e su tutti i piani.

Per esempio, dal punto di vista fisico molto semplicemente non mi si deve toccare. Dovrebbe essere una cosa scontata: la bolla è una cosa istintiva, implicitamente rispettata, mi pareva di averlo chiarito; e invece a qualcuno non è chiaro. Ci sono persone che sembra non vedano l’ora di richiamare la tua attenzione prendendoti per un braccio, camminarti a due centimetri, toccarti i capelli, parlarti con la faccia appiccicata alla tua, sedersi praticamente su di te e, quel che è peggio, abbracciarti e baciarti ogni volta che ti salutano. E se non tutti ti camminano sopra i piedi, è certo che il 99% della popolazione mondiale per salutarti ti deve baciare sulla guance. Questa è una cosa di cui non mi capacito. Sono abituata ormai, ma ne farei volentieri a meno. Perché per salutarsi bisogna fare tante smancerie? È l’esatto opposto della naturalezza! È impensabile che a me, come a chiunque altro, vada a genio sbaciucchiare persone semisconosciute più volte al giorno, quindi perché farlo? La cosa mi perplime. Aboliamo il saluto guancia a guancia, perdiana.

Nonostante tutto questo non sono Monk; diciamo che potete toccarmi quando avete il mio permesso. Di solito non mordo.

Perché il contatto fisico non dovrebbe mai essere una cosa forzata, e a quanto pare io sono particolamente sensibile alla pluricitata questione di pelle. Ci sono persone che conosco da anni e dalle quali tollero ancora a malapena vicinanze eccessive; altre che conosco da pochissimo e con le quali posso andare a braccetto in qualunque momento. Poi c’è l’aspetto più affascinante, a mio parere, di tutta la questione: le persone con le quali il contatto è non solo spontaneo, ma proprio richiesto. Da me medesima. È un po’ come quella curiosa sensazione di cui molti parlano, quella sensazione di conoscere una persona da una vita quando invece la si è incontrati da appena un’ora; o quella che si prova quando ci si ritrova dopo anni di lontananza e sembra che non sia cambiato niente. Io quelle sensazioni, per esempio, non le ho mai sperimentate, però ho provato il bizzarro impulso di abbracciare, stringere, accarezzare, toccare in qualche modo chi mi stava di fronte, e qualche volta erano davvero semisconosciuti. Anzi un paio di volte erano proprio gente appena incontrata, ora che ci penso.

Per tutti gli altri, però, la mia bolla è sacrosanta.

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4 pensieri riguardo “Due o tre cose che non sai di me

  1. Prendo appunti 🙂
    In realtà, c’erano parecchie cose che sospettavo.

    E’ una bella scoperta questa bolla, ci tengo molto anch’io. Divento molto aggressiva con chi la viola, senza ritegno.

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