Madeleine

Stamattina mi sono svegliata felice. La mia stanza ideale ha il letto di fronte alla finestra, così da guardare subito fuori appena apro gli occhi. Non uso persiane né tende, voglio sapere com’è fuori. Non mi da fastidio. Sono cresciuta in un posto dove regna la luce soffusa del sole tra gli alberi, non può dare fastidio. Si, sono fortunata. Quando apro gli occhi, anche se il mio letto non è proprio di fronte alla finestra, io lo capisco subito com’è fuori. Stamattina c’era il sole che, tra gli alberi, faceva scintillare d’oro l’aria pulita. Sembrava una di quelle mattine di maggio, quelle perfette per i matrimoni. Ovviamente oggi era più freddo, ma non molto, il sole sembrava deciso a riscaldare ogni cosa. E quindi sembrava una di quelle mattine lì, quando ti alzi alle otto perché c’è un sacco da fare, ti tiri su i capelli, scendi rapida le scale, saluti quelle due o tre persone che sicuramente sono già in giro a sistemare tavoli e tovaglie, ti fai il primo caffè della giornata e poi cominci a fare quel che c’è da fare per il matrimonio. Ci saranno pile di piatti da passare, e bicchieri da tirare fuori dagli scatoloni e lavare, e chissà le tartine per il buffet, cosa avrà inventato oggi mamma?, i fiori ancora non sono arrivati, attento non passare lì che ho appena passato lo straccio, l’odore dello spirito sulle mani. E fuori quel sole grandioso. Per fortuna, pensi, sennò addio il buffet all’aperto, le foto della sposa verranno benissimo.

Io in quei giorni sono abbastanza felice. Mi ricordano quando ero bambina e le persone che si radunavano da noi per lavorare erano un esercito. La metà, parenti. L’altra metà, ragazzi che avevano l’età che ho io ora, i camerieri. Le zie ti facevano assaggiare il sugo e io e mia sorella sbirciavamo le bomboniere riposte nel carrello addobbato. Gli invitati erano centinaia e il pranzo durava ore, e qualche volta c’era lo zio che tirava fuori un organetto o un’armonica a bocca per far ballare e il solito ubriaco che chiedeva il bacio degli sposi ogni tre minuti, e giù applausi. Qualche volta c’era persino chi improvvisava degli stornelli, e i bambini correvano ovunque infilandosi inevitabilmente in cucina. L’odore dell’arrosto si sentiva fin su a casa e verso metà pomeriggio arrivava il pasticcere con la torta enorme che riuscivano sempre a incastrare nel frigorifero, però. La sera arrivavano anche i nonni e aiutavano a mettere tutto a posto in fretta, ché la sera il ristorante era aperto. A fine giornata eravamo tutti sfiniti, ognuno per motivi diversi, e i miei commentavano le opinioni che avevano ascoltato, per verificare che i clienti fossero rimasti contenti. A volte stavano fuori dalla porta del ristorante, seduti a prendere il fresco, a fumarsi una sigaretta. A uno a uno ragazzi e parenti se ne andavano tutti e i miei salivano a casa. Io, che ero nel mio letto, vedevo le luci delle automobili che si riflettevano sul muro ogni volta che se ne andava qualcuno, e fantasticavo di strane avventure. Ascoltavo i passi di mio padre sulle scale, lungo il corridoio, lo sentivo che apriva piano la porta della stanza mia e di mia sorella, dava uno sguardo e richiudeva. Allora mi addormentavo.

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6 pensieri riguardo “Madeleine

  1. Mi hai portata a respirare per un po’ la tua aria. ed è così genuina che ancora sorrido.

    E dire che le stesse procedure che tu elenchi all’inizio per me rappresentano un carcere, una serialità di fronte alla quale non provo più divertimento, ma solo fastidio estremo.

    E’ diverso il sapore che si avverte nelle tue parole.

  2. Non mi piace molto il lavoro dei miei. non di questi tempi. è faticoso, senza pause, bisogna saper fare tutto (mandare avanti un ristorante richiede competenze di cui forse non tutti si rendono conto), andare sempre incontro al cliente per poi trovarsi spesso con un guadagno indegno. Mia madre lo fa da tutta la vita ed è possibile che stia 4 giorni a lavorare dalla mattina alla sera in previsione di un matrimonio da cui alla fine ricaverà ben poco. non credo che loro condividano il mio punto di vista 🙂 la mia routine non è routine, è un rito, avviene rare volte. succede ogni tanto, loro lo fanno tutti i giorni. non so come fanno.

    1. In questo mi ritrovo già di più! 🙂
      Anche per me era diventata la quotidianità. Non ti dico l’insofferenza, tanto più per il fatto di essere considerata non una lavoratrice, ma una schiava disposta a soddisfare qualsiasi necessità.

  3. “una schiava disposta a soddisfare qualsiasi necessità”, ecco, si. soprattutto in un mestiere come questo, che sembra essere associato, non si sa bene perchè, più alla servitù che, appunto, al mestiere. come se “servire” a tavola equivalesse ad essere servi in tutto, come se il denaro autorizzasse a dimenticare il rispetto e il buon senso.

    1. Già.
      Ed io non sono più disposta a sorridere al cafone di turno quando il mio unico impulso è quello di mandarlo in culonia. Per cui la mia epoca nei ristoranti può dirsi conclusa!

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