Volti

Chi può dire di conoscere le espressioni del proprio volto? Quando ridiamo, quando piangiamo, quando siamo preoccupati o ansiosi o disperati o stupiti o sollevati o euforici. A chi capita di trovarsi davanti a uno specchio in questi casi? Forse solo agli attori, che devono essere pienamente consapevoli del proprio aspetto, che lavorano col proprio corpo.

Ma noialtri, no. Quando sorridiamo sinceramente, e non per assumere pose fotografiche, come appariamo? È difficile saperlo. Come si trasforma il nostro volto quando soffriamo, o quando proviamo compassione? Che forma assume la nostra bocca quando ci accorgiamo di aver commesso un errore? E che sguardo abbiamo quando chiediamo perdono? E quando ci arrabbiamo? Quando ci intestardiamo? E che linee disegna il dubbio sulle nostre facce? Cosa diventa l’incredulità quando si posa sui nostri visi?

Non possiamo saperlo. Non lo sapremo forse mai in tutta la nostra vita.

Ma lo sapranno gli altri. Gli altri sono il nostro specchio deformante. Gli altri sono i custodi della nostra immagine, del nostro volto. Chi ci guarda sa molto meglio di noi che aspetto ha il nostro corpo. Noi invece guardiamo dall’interno, attraverso il filtro dei nostri occhi, della nostra mente, del nostro cuore.

Sono gli altri a conoscere la piega che prendono le nostre labbra quando pensiamo, la forma delle nostre sopracciglia quando siamo stanchi, il colore delle nostre guance quando ci divertiamo, la grandezza delle nostre pupille quando abbiamo paura. Solo gli altri sanno, se ne hanno la possibilità, in che modo la pelle della nostra fronte si distende quando dormiamo.

La nostra immagine non ci appartiene veramente.

Io non sono padrona della mia immagine. Ma vorrei esserlo.

Io vorrei conoscere tutte le espressioni del mio visto, osservare come si trasforma, studiarne movimenti e caratteristiche.

Si strizzano i miei occhi quando sorrido? Non lo so. Sbianco quando ho paura? Non saprei. Di che colore sono le mie labbra quando le mordicchio? E quand’è che le mordicchio? Quando rifletto o quando sono preoccupata? Non lo so. Abbasso le palpebre quando arrossisco? Alzo il mento quando sono incuriosita? Chissà. In che modo aggrotto le sopracciglia quando provo rabbia? Come si tende il collo quando getto indietro la testa e rido? E cambia il colore dei miei occhi quando piango? Non so niente di tutto questo.

Chi mi sta di fronte invece lo sa. Chi mi sta di fronte ha un pezzo di me che mi sfuggirà sempre.

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7 pensieri riguardo “Volti

  1. Non so, ma per un attimo mi ha emozionata l’idea che qualcun’altro possa possedere qualcosa di noi che non riusciamo a cogliere nella sua immediatezza. Soprattutto perché quando qualcun’altro si possiede questi dettagli di noi vuol dire che siamo di fronte a una persona che non è a caso. Anche se la mimica del nostro corpo è la cosa più immediata, raramente qualcun’altro la coglie al primo corpo. Siamo troppo concentrati sulle parole per badare che anche il corpo comunica e con molta forza.

    1. Sì, effettivamente se chi ci sta di fronte sa farlo, può capire molto di noi cogliendo i dettagli di viso e corpo.
      Forse è per questo che sento ciclicamente questa strana esigenza di possedere la mia immagine: penso che possa servire a conoscermi meglio, a riappropriarmi di me stessa. Voglio me stessa. Voglio capire, voglio leggermi (sempre!).
      E invece c’è questo pezzo di me che io non riesco ad afferrare e che invece è così facilmente accessibile agli altri, anche e soprattutto a chi non sa che farsene.

      1. Potresti chiedere agli altri di raccontarti. Sarebbe un esercizio interessante se fatto in sincerità! Richiederebbe anche una certa dose di fiducia.
        (del resto, ti capisco. mi emoziona sempre un po’ sentire parlare di come muovo la faccia. pare sia molto duttile.)

    1. Giusto, non avevo ripensato al naso pirandelliano! Sarà che quando ho iniziato a leggere quel libro mi è salito un malessere tale da costringermi ad abbandonarlo… avrò avuto quattordici anni.
      Certo il mio discorso non è così complesso come quello di Pirandello 😀

  2. Curioso: anch’io ho letto quel Pirandello (credo almeno fosse quello) a 14 anni. Sono riuscito ad arrivare in fondo. Ma era meglio se l’abbandonavo: mi sono angosciato come un’esistenzialista coreano.

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