Per un pezzo di carta – Parte prima

Ebbene, è giunto il momento di dare qualche informazione sull’attività che in quest’ultimo periodo mi impedisce di cazzeggiare come ho sempre fatto sul blog, vale a dire: la tesi di laurea.

Per i meno attenti ricordo che sono iscritta  alla facoltà di Lettere nella quale tento da tre anni e virgola di prendere una laurea di primo livello (la triennale, ‘nsomma) in Lettere Moderne, che non significa, come il 70% delle persone crede, o almeno così sembra, che studio lingue, bensì che studio letteratura italiana e tutto quel che vi orbita attorno (e anche qualcosa che apparentemente non c’azzecca niente, aggiungerei).

Nello specifico, ho deciso di laurearmi con una tesi in Filologia della letteratura italiana, e qui mi rendo conto che devo prenderla un po’ alla lontana perché devo spiegare cosa caspita sia la Filologia; ma sappiate che sarà una spiegazione piuttosto lacunosa e a dir poco approssimativa, quindi se qualche filologo  – o il mio relatore –  si trovasse a passare di qui, per piacere, chiedo di avere  pietà di me e di non leggere oltre. A tutti gli altri: se non vi interessa (cosa probabile) potete saltare a piè pari il prossimo sproloquio e andare direttamente all’ultimo capoverso.

Dunque, la filologia è in estrema sintesi la disciplina che ci consente di leggere la Divina Commedia. Troppa sintesi? Magari spiego meglio: la Divina Commedia come la leggiamo sui libri a scuola, non è, udite udite… l’originale. Perché l’originale non esiste! Non abbiamo dei fogli scritti dalla mano di Dante (in termini tecnici: non abbiamo l’autografo dell’opera), ma abbiamo una serie di copie – parecchie – ognuna scritta da gente perlopiù sconosciuta, che l’ha copiata da manoscritti, a loro volta copiati da altri manoscritti e così via. Va da sé che ogni copia ha delle differenze rispetto alle altre: chi copia incorre spesso in errori di lettura, di distrazione, eccetera. Per di più nel Medioevo non esisteva il concetto di copyright; non sto a spiegare che sistema di pensiero ci fosse dietro (autore è solo Dio, gli uomini non creano nulla, e via così), fatto sta che il copista spesso si sentiva in diritto, quando trascriveva qualcosa, di apportare modifiche e correzioni dove riteneva che fosse necessario. In parte la Commedia ha resistito a queste modifiche perché divenne subito un testo autorevole, quasi associato alle Sacre Scritture (e poi perché la terzina dantesca richiede il rispetto di metrica e rima, quindi è più difficile da modificare); ma le modifiche, per un motivo o per l’altro, ci sono state, e anche consistenti. Nessuno mai controllava che le copie fossero fedeli all’originale, men che meno Dante in persona; e poi, di che originale parliamo? La Commedia veniva declamata agli angoli delle strade, Boccaccio organizzava persino delle letture pubbliche e la gente la recitava a memoria. E chi ci dice che Dante avesse un testo definitivo? Magari lo ha cambiato più di una volta, e ogni volta è stato ricopiato… insomma, un gran bel casino. Come fare a leggere il vero testo della Commedia?

Ebbene, non si può. Quello che leggiamo noi oggi è il testo che generazioni di filologi si sono occupati di farci pervenire. Hanno fatto così: hanno preso tutti i manoscritti (testimoni) con il testo della Commedia, li hanno confrontati e hanno scrupolosamente notato ogni minima variazione, dall’intero verso alla singola virgola, e cercato di capire quali di queste varianti fossero veri e propri errori dovuti alla copiatura. Questa operazione si chiama collazione e consente di creare un albero genealogico dei manoscritti (stemma codicum), cioè di capire in quali rapporti di parentela si trovano i codici che contengono lo stesso testo: se infatti un errore molto particolare si ritrova in due manoscritti, possiamo supporre che l’uno derivi dall’altro, o che comunque appartengano alla stessa “famiglia”. Questo consente di emendare il testo, cioè di correggerlo secondo la lezione che il filologo suppone essere quella corretta, seguendo vari criteri (alcune volte la scelta è oggettiva, imposta dai rapporti genetici tra i testi, per il resto ci sia affida alla discrezione del filologo). La descrizione è estremamente semplificata, ma di base il filologo fa questo: confronta le varie versioni e cerca di risalire al testo il più vicino possibile a quello che si suppone essere l’originale, cioè al capostipite dell’albero genealogico. Inutile dire che ci sono fior di studiosi che hanno discusso e discutono sulla (presunta?) scientificità del metodo, che fra l’altro può essere applicato solo in certe circostanze (e infatti è nato in ambito della Filologia classica, che ha precise caratteristiche): fatto sta che è grazie a questi studi che noi leggiamo la Commedia, il cui testo è critico, cioè in un certo senso ricostruito secondo criteri il più possibile oggettivi.

Questo tanto per avere un’idea di che cosa sia la Filologia. Ce l’avete ora? Bene, sappiate che la mia tesi non c’entra quasi niente. Ma questo lo scopriremo nella prossima puntata.

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9 pensieri riguardo “Per un pezzo di carta – Parte prima

  1. Fantastica spiegazione e interessantissima! Non è da tutti far capire un concetto complesso come questo ai non addetti ai lavori, senza annoiare e con vivacità. Speriamo che il tuo prof passi da questo blog 😉

    1. Mi dicono che al Classico questa sia roba di tutti i giorni, io che ho fatto il Pedagogico invece non ne ho sentito parlare fino all’università – dove ho avuto la rivelazione. Chiedo scusa a tutti i Classici per la tirata pipposa, allora!

  2. Al classico la filologia è roba di tutti i giorni!!?? Allora scopro con dieci anni di ritardo cosa significa frequentare un classico di periferia 😉 Noi al classico facevamo così tanta filologia che la prof di italiano del primo liceo (di cui per pietà taccio il nome) per convincere me e una mia compagna a firmare il programma nel quale figuravano sonetti danteschi mai fatti (tanto gentile e tanto onesta pare, se non sbaglio, e altri) ebbe a dirci di non preoccuparci perché in realtà li avevamo studiati, solo che i titoli “cambiano da antologia ad antologia”. Giuro che non sto inventando niente!
    Ad onor del vero e per onestà intellettuale va detto che all’epoca la prof era veramente giovanissima e aveva sicuramente altre notevoli qualità, per così dire, extradidattiche…ma questa è un’altra storia e non credo che interessi…

    1. Beh diciamo che quello che per me suonava nuovissimo ai miei colleghi classici non stupiva più di tanto, ecco. Poi che fosse roba proprio di tutti i giorni non so, fatto sta che erano un passo avanti a me.
      La tua prof doveva essere una persona davvero creativa 😀

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