Del perché correre verso la laurea non è una metafora: breve cronaca di una giornata di ordinaria follia.

L’autobus sta ritardando. Non si capisce bene perché. La strada è bloccata, si procede quasi a passo d’uomo, e capisco che non sarò alla stazione quando dovrei. Poi si scopre che ci sono dei lavori in corso e una corsia è chiusa: passato l’imbuto si circola perfettamente. Meno male. Ma c’è ancora la tangenziale. No, va tutto liscio. Ho circa venti minuti di ritardo e il 492 ci mette un’eternità a decidersi a partire. Passo quell’eternità ad allungare il collo per vedere se posso prendere al volo il 71 o il 163 – strategie da pendolari. Niente da fare, mi tocca aspettare. Cominciamo bene. Arrivo all’università che sono già fusa. Non ho preso neanche un caffè – non che questo mi abbia aiutata a dormire in quelle due ore di viaggio mattutino. Vado dritta alla macchinetta, parlare con il professore richiede che io debba riuscire a mettere due parole in fila e questo attualmente non sembra possibile. Necessito di caffeina e zuccheri. Li ottengo sotto forma di una cosa marrone zuccherata in un bicchiere di plastica. Premo il pulsante con la freccia in sù e mentre giro il caffè entro in ascensore, o meglio ci provo: l’ascensore, infatti, alla mia vista a quanto pare si emoziona, la porta si richiude all’improvviso e mi sbatte contro il braccio. Il caffè se lo beve la mia maglietta – nuova. Continua meglio. Passo i successivi cinque minuti in bagno tentando di salvare il salvabile, dopodiché è il caso di palesarmi al professore: il ricevimento è iniziato da più di mezz’ora. Il corridoio davanti allo studio è deserto in maniera sospetta. Una ragazza seduta su una panca mi informa che i prof sono in riunione. In riunione? E il ricevimento? Sarà saltato. Ma chi c’è? Tutti tranne S. Ma io proprio con S. devo parlare! Era qui fino a un momento fa. E adesso? Adesso arriva la mia salvatrice: un’altra laureanda con S. Il prof ti ha cercato, è appena andato via, se corri lo raggiungi, mi fa. Che cosa? Ma non doveva rimanere qua per almeno altri venti minuti? Non ho preso neanche un caffè, cavolo! Mi fiondo giù per le scale – al diavolo il fottuto ascensore  – scanso tutti, attraverso al volo l’atrio, sono fuori: non c’è. Ma è uscito adesso! Mi guardo intorno: vedo una testa familiare in lontananza… Lo raggiungo mentre apre l’auto: gli consegno la tesi con il fiatone e la maglietta macchiata di caffè, in mezzo al parcheggio. Riuscirò mai ad avere un colloquio normale con quest’uomo? Ti ho cercata dappertutto!, mi fa. Lo so, guardi, mi scusi… Allora ci vediamo lunedì, eh? Di mattina, specifica. Andiamo bene. Pensa che potrei dimenticarmelo, immagino.

Già, mi laureo lunedì mattina, presumibilmente poco prima di pranzo. Sapevatelo.

Con un professore che, per inciso, al l’ultimo colloquio serio che abbiamo avuto mi ha chiesto tre volte se la tesi l’avevo scritta da sola o se mi avesse aiutato qualcuno. “Se ti ha aiutato qualcuno va benissimo, eh”. Ma come?! Questa però è un’altra storia e ve la racconto un’altra volta.

[Evviva i titoli più lunghi dei post, comunque.]

Annunci

4 pensieri riguardo “Del perché correre verso la laurea non è una metafora: breve cronaca di una giornata di ordinaria follia.

  1. Sai che ti dico? Secondo me questo tuo fine settimana sarà più bello del lunedì pomeriggio, come tutte le vigilie dei “momenti di gloria”. Almeno per me credo che sarà così. E comunque preparati a settimane e settimane, forse mesi, di cazzeggio e divertimento sfrenato 😉

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...