Sul bus

Sull’autobus, si sa, se ne vedono di tutti i tipi: le situazioni e i personaggi in cui ti imbatti non cessano mai di stupire, e a volte di divertire. Il modo migliore di conoscere il mondo, secondo me, è trascorrere diverso tempo sui mezzi pubblici, miniere inesauribili di vita vissuta a cui attingere e da raccontare.

A volte, poi, si fanno incontri interessanti. Per esempio qualche mese fa, poco prima di laurearmi, sull’autobus che mi portava a Roma si è seduta accanto a me una donnina piccola, i capelli scuri tagliati corti e gli occhi di quel celeste che ti fa pensare alle distese di neve della Siberia. Infatti era rumena, ma di origini russe. Aveva attaccato subito discorso, non mi ricordo con quale pretesto, e alla fine del viaggio sapevo praticamente tutto della sua vita. Lei e suo marito si erano trasferiti giovani in Italia, e i suoi due figli maschi sono nati qui. Il maggiore avrebbe voluto fare il medico, ma loro non avevano i soldi per mantenerlo a Roma, e di viaggiare non se ne parlava (sono quattro ore di autobus al giorno, impensabile studiare in questo modo). Però si è rifiutato di iscriversi a Scienze Infermieristiche, che invece a Rieti c’è: se l’avesse fatto, aveva argomentato con i genitori, sarebbe rimasto per sempre un gradino al di sotto delle proprie aspirazioni, senza mai poterle raggiungere. O medico o qualcos’altro (qualcosa in cui, fra l’altro, si possa far carriera).

In casa di questa donna, di cui ignoro ancora adesso il nome, si parlano due lingue, ma ci si sente italiani. Ci sono alcune famiglie, mi diceva lei, che obbligano i figli a sposare ragazze rumene. Anche una sua parente, una volta, c’è rimasta un po’ male quando uno dei figli per scherzare le ha detto che si era fidanzato con una ragazza di colore. Ride ricordando la faccia di quella donna che cercava di fare l’impassibile. A lei invece non importa: non importa quale colore abbia la pelle o di che religione siano, se i suoi figli sono felici.

Lei fa le pulizie, mi diceva ancora, in un albergo sul Terminillo, e pure uno bello grosso; ci sono stata anch’io per quei due giorni di disastrosa settimana bianca in seconda media – ma questa è un’altra storia. Un albergo di lusso, questo qui: quattro stelle, sei o sette piani, può ospitare un mucchio di gente che gira nelle sale relax quasi in maniche corte grazie ai riscaldamenti a mille.Lei fa le pulizie in questo albergone e sta andando a Roma per comprarsi una divisa nuova.

Ne ha una sola, di divisa, e anche mal messa: è vecchia, consumata, e pure un po’ rattoppata. Va cambiata. Ma non vi danno divise nuove?, chiedo io. Macché. Non gliele danno, le divise, finché non cadono proprio a pezzi.

Ma io mi vergogno, dice lei. Mi vergogno di farmi vedere così in un albergo a quattro stelle, preferisco comprarla con i miei soldi piuttosto che farmi vedere così.

È il proprietario dell’albergo che dovrebbe vergognarsi, obietto io. Ma figuriamoci, e mi guarda da sotto in su, poi scuote la testa.

Io, vi dirò, un po’ mi sono vergognata, perché questa donna aveva tanta dignità e l’aveva proprio perché le veniva naturale, era quella dignità innata e genuina di donna e di lavoratrice che mi fa pensare alle mie nonne e alle mie zie, a donne che non pensavano che tutto fosse loro  dovuto, non pensavano a lamentarsi o a vivere sulle spalle degli altri, ma pensavano a lavorare e a raggiungere degli obiettivi senza per questo sentirsi migliori o peggiori, ingannate o privilegiate. Una dignità che in un Paese che si dichiara “fondato sul lavoro” dovrebbe essere ormai acquisita da tutti – dovrebbe.

Poi ho pensato, chissà quante italiane avranno fatto la stessa cosa quando gli emigranti eravamo noi.

Buon primo maggio a tutti, soprattutto alle lavoratrici.

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6 pensieri riguardo “Sul bus

  1. Prima di arrivare alla fine, stavo pensando proprio le stesse cose che hai pensato tu. Ne ho conosciute anch’io, persone così, e sono state tra le più grandi lezioni di dignità.

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