Reatini del mondo, unitevi (semicit.)

C’era una volta una ridente cittadina del centro Italia chiamata Rieti. Una cittadina dalla lunga storia, le cui origini si confondono con quelle di Roma – che da parte sua iniziò davvero bene i rapporti con le popolazioni sabine fregandogli le donne (forse avremmo dovuto capire quel che c’era da capire sin da allora, son cose che.) Data la sua posizione geografica è stata definita come l’ “Ombelico d’Italia”, titolo che le è valso una scultura a forma di caciotta in una storica piazzetta del centro e il perdurare della completa indifferenza nei suoi (della città e della caciotta) confronti. Abbastanza vicina a Roma da essere diventata quasi un quartiere dormitorio per i pendolari, lavoratori o studenti che siano, ne è ancora troppo lontana, se consideriamo che è l’unica delle provincie laziali a non essere collegata con la capitale tramite una semplice ferrovia. Quasi nessuno ne conosce l’esistenza, e se la conosce non è per buoni motivi nel 95% dei casi. Il restante 5% è equamente diviso tra coloro che hanno qualche conoscenza della vita di San Francesco e qualche estimatore di boschi, acque e aria pulita – tutti elementi che, in ogni caso, ci stiamo impegnando a smerdare in vari modi, primo fra tutti la monnezza. E poi ci sono quelli che la conoscono perché ci abito io, of course.

Date queste premesse, non stupisce che la città sia la più depressa  d’Italia (in senso economico, ma non escluderei anche l’altro, di senso) e che sia stata scelta da CGIL e compagnia come sede della manifestazione nazionale del Primo Maggio di quest’anno – sempre bello quando le città fan parlare bene di sé stesse.

E i cittadini? Se le cose vanno così male, perché non si danno da fare? Perché, cari e affezionati lettori, l’uomo è uno strano animale. In particolare l’italiano. In particolare il reatino. Perché la reatinità è la quintessenza dell’italianità: lamentarsi (come sto facendo io ora) e poi aspettare che qualcun’altro risolva il problema, continuando a sperare, sotto sotto, che questo qualcun’altro non si faccia mai vivo perché, in fondo in fondo, le cose stanno bene come stanno e cambiare è faccenda che richiede tempo e lavoro.

Ma lasciamo da parte questo argomento, che sarebbe cosa lunga affrontare. La notizia di cui volevo mettervi a parte è che ormai un paio di settimane fa, inaspettatamente, questa città ha avuto un sussulto di cambiamento: al ballottaggio per le elezioni comunali ha vinto, anzi: stravinto, tal Simone Petrangeli, ciovane avvocato dalla spiccata parlata reatina che ha portato al comune una giunta di centrosinistra dopo ben 18 e dico diciotto anni di amministrazione di centro destra.

L’evento è già di per sé positivo, indipendentemente dallo schieramento politico: se dopo vent’anni in cui le stesse facce e le stesse teste hanno portato la situazione ad essere quella attuale, qualsiasi nuova proposta non può che essere ben accetta. Effettivamente, questo è proprio uno di quei casi in cui fare peggio è davvero difficile. Non che il nuovo sia garanzia di successo: già si parla di commissariamento perché il neosindaco si è reso conto che il buco di bilancio è in realtà una voragine di proporzioni epiche, e in effetti mi chiedo come ne verrà fuori.

Ma non è questo il punto. Il punto è che questo ciovane (37 anni) poco o affatto conosciuto dal reatino medio, ha messo su una campagna elettorale che, a quanto pare, è stata vincente. Parlando dei e ai giovani, ma anche alle famiglie; puntando sulla trasparenza e la legalità; manifestando l’intenzione di affrontare i veri problemi della città, senza ripescare la nenia della ferrovia Rieti-Roma che è il tradizionale argomento di campagna elettorale dagli anni ’70 ad oggi; strizzando l’occhio ai cattolici anche, il che non guasta. Ma soprattutto incentivando la partecipazione dei cittadini, con slogan come “Diventiamo sindaco”, “Ora Puoi” e “Mettici del tuo”, attirando così anche una buona fetta di elettorato di centro destra, i cui rappresentanti politici hanno dimostrato da tempo di vivere in un altro mondo rispetto a quello dei cittadini (Pdl style, you know).

Ed è a questo proposito che vi mostro un paio di video che secondo me meritano davvero. Io non ho seguito dal vivo la campagna elettorale, perché Rieti non è il mio comune, è la mia provincia; ma pare che questa iniziativa abbia riscosso un enorme successo. Puntando infatti su un aspetto tra i più negativi della città, quello dell’emigrazione cronica di giovani e non solo, lo staff dell’ormai neosindaco ha lanciato l’iniziativa “Reatini nel mondo”: studenti o lavoratori che vivono fuori Rieti potevano mandare videomessaggi di sostegno in cui descrivevano la loro vita e inviavano proposte per la città, facendo nei fatti campagna elettorale loro stessi.

Tra i tanti video arrivati, di gente che abita a pochi o moltissimi chilometri da qui, è venuto fuori  “Non fare l’indiano“, un piccolo capolavoro arrivato dritto dritto da Bombay – che ha anche una seconda puntata. Godetevi entrambi i video, che davvero meritano. Tant’è che ci ho scritto un chilometrico post sopra solo per farveli vedere.

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3 pensieri riguardo “Reatini del mondo, unitevi (semicit.)

  1. Ma davvero? La politica nell’era della multimedialità espansa! 😀 Mi ha troppo colpita!
    (Comunque c’è molto di che consolarsi qui. Nel mio paese originario sono tornati alla situazione di dieci anni fa, con le stesse persone. E senza video da Bombai!)

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