Lucciole

Qualche sera fa ho visto le prime lucciole della stagione, e non è cosa che si possa ignorare.

Non sembra, ma è già di nuovo giugno, l’anticamera dell’estate, e il tempo è ancora scorso troppo in fretta.

Non sembra, ma è di nuovo la mia stagione preferita, e nonostante tutto mi piace ancora respirare i profumi della notte.

Nel dormiveglia l’immagine che disegno sul limitare della coscienza è quella di una me che trascina sé stessa. Così mi sento: una parte che vorrebbe affondare e l’altra che non si rassegna, che tira, che lotta e si rialza, anche se a fatica. Il peso che porta è sé stessa.

Sono entrambe molto ostinate.

“Non devi cambiare niente di quello che sei.”

“Ma se una parte di me fosse sbagliata? Se mi facesse stare male?”

“Allora abbraccia quella piccola parte di te e amala più di tutte le altre”.

Non so, non capisco nulla, ma chissà che non sia proprio questo il punto.

 

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Che si vada a incominciare.

È la prima volta, da che ho memoria, che l’appressarsi della fine dell’anno porta con sé l’incalzante sensazione che qualcosa, davvero, stia finendo. E che qualcos’altro, dunque, inizierà.

Forse perché è la prima volta, da che ho memoria, che non si tratta di una parentesi tra impegni rimasti in sospeso, che si chiamano da un lato all’altro dello spartiacque. Ché il capodanno, piazzato lì tra una presunta festività religiosa e l’altra, nel mezzo di qualche giorno di vacanza strappata a occupazioni e scadenze, a ben pensarci, perde un po’ di senso. Buona fine, buon inizio!, ma di cosa, che domani devo studiare per l’esame di gennaio, esattamente come ho fatto ieri? Per dire. Non si fa in tempo a chiudere un capitolo che si sta già pensando a quello successivo, che poi è esattamente identico al precedente, c’è solo un numero diverso nella data del calendario.

Quest’anno non ho esami. E non ho neanche un lavoro, le mie sono ferie perenni. Non ho strascichi, non ho ponti mentali da un lato all’altro di una data che dovrebbe essere fatidica.

Però no, non è solo questo. È che sta finendo il 2015, che è stato un anno lunghissimo e difficile, e con lui ho la sensazione che finiscano molte altre cose. Non è stato un anno da dimenticare, anzi va ricordato per bene, perché ho imparato tanto di me, tanto da me. Tanta intensità, tanta scoperta, tanta fine; ma la fine non è sempre qualcosa di negativo, e non parlo solo della laurea. Potrei dire che è stato un anno vissuto intensamente. Tanta vita, insomma.

E l’impellente sensazione, ora, che sia tempo di chiudere capitoli ed iniziarne altri. E la forza di credere che, qualunque cosa succederà, saprò affrontarla come ne ho affrontate altre, che sarò all’altezza di me stessa. Perché la vita, a me, piace. O almeno questo è quel che mi sento di aver imparato da quest’anno. No, c’è anche un’altra cosa: l’amore non si dice, si fa.

Sono solo all’inizio, ma ora che sono partita non ho intenzione di fermarmi. Finisce questo anno, ma ne inizia un altro. E allora, che si vada a incominciare.

 

Ero bella a diciannove anni

Ero bella a diciannove anni. Non ero come volevo, eppure ero bella.

Non ero perfetta, e dunque ero bella.

Ho baciato un ragazzo che non ha risposto al bacio. Il rischio c’era, e infatti. Però l’ho fatto lo stesso.

Sorrisi e timori. Sogni ad occhi aperti e battiti accelerati. Amare le cose belle, amare le persone. Un po’ incerta, un po’ no. Scrivere poesie.

Ho nostalgia della me di diciannove anni. Ho per lei un sorriso tenero e un po’ storto. Avrei dovuto trattarla meglio, ma se l’è cavata comunque molto bene. Perché quando avevo diciannove anni non lo sapevo, ma ero bella. Ora che sono passati anni, mi guardo indietro e lo vedo.

La guardo e vorrei dirle che va tutto bene, che sta andando bene, che le paure fanno parte del gioco, che non deve più aspettare. Che è bella.

Mi guardo e vorrei essere un po’ come lei, che poi sono comunque io, quindi mi sa che lo sono già.

E magari sono bella anche adesso. Forse tra qualche anno, quando mi guarderò indietro, lo saprò davvero. Ma intanto.