Il bacio d’un principe. [Un’altra conversazione realmente avvenuta. Forse.]

malata: Ho questa tosse che non passa…

lampionaio: Il bacio d’un principe.

malata: Dici che funziona?

lampionaio: Funziona: e ogni volta che qualcuna afferma “io non credo nel principe azzurro”, un principe qualunque nel mondo cade morto.

malata: E va bene. Ma i principi ci credono alle principesse, almeno?

lampionaio: Ogni qualvolta un giovane afferma: “Io non credo alle principesse di oggi”, una principessa nel mondo stramazza come una rosa tagliata.

(…)

malata: Tutto sta a trovare un principe.

lampionaio: È pieno di principi. L’importante è seguirli.

malata: L’importante è riconoscerli.

(…)

lampionaio: Allora cosa aspetti?

malata: Di riconoscere un principe.

lampionaio: È lui che deve riconoscerti.

malata: Allora aspetto che mi baci.

lampionaio: Eh si. Devi andar per via tutta tesa in fuori con gli occhi chiusi e le labbra unite aspettando lo schiocco.

malata: Allora mi riconoscerà senz’altro.

lampionaio: Vedrai, sarà lo schiocco fatale.

malata: Ma potrebbe volerci un sacco di tempo e io ho la tosse.

lampionaio: Non importa.

La precedente conversazione realmente avvenuta (forse) è questa. Sto migliorando

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Cose che (non) sto facendo – quarta ed ultima puntata

Nella scorsa puntata vi ho raccontato del mese di latitanza dal blog passato a tentare di animare un centinaio di bimbi e ragazzi – e di rianimare me stessa, c’è da dirlo, dopo essere tornata a casa, la sera. Un mese, dicevo, senza contare le settimane di preparazione e organizzazione durante e dopo le quali, tra le altre cose, ho avuto anche il compito di ordinare le magliette a tema per animatori e bambini e farmele arrivare da Bergamo (so’ efficienti, i bergamaschi, vi elargisco questa perla di originalità. La ragazza del magazzino con cui parlavo al telefono era così contenta che fosse l’ultimo di tre  – o quattro? –  ordini che nel pacco ha allegato un segnalibro in regalo, per non parlare del tizio del corriere che ormai poteva trovarci ad occhi chiusi).

Ebbene, penserete che dopo un mese di balli scemi e giochi sotto il sole costatimi un’abbronzatura a forma di occhiali sul viso io mi sia riposata.

Sbagliato.

Ho pensato bene di partire per la montagna per quattro giorni come animatrice di un ristretto gruppo di tredicenni di belle speranze, armati di valigie più grandi delle mie e di scorte di Nutella e patatine in quantità che non vedevo dai tempi delle gite a scuola. Lo scopo era di sperimentare un campo estivo al di fuori delle famiglie e del paesello rivolto a ragazzi e ragazze di quell’età strana a metà tra l’infanzia e l’adolescenza, per vedere l’effetto che fa.

E vi dirò, l’effetto pare averlo fatto. Sono creature strane, i tredicenni; capaci di passare dalle sigle dei cartoni animati a Belen nel giro di pochi secondi, di ridurre la camera da letto in un luogo dove sembra siano esplose tre valigie, di litigare ferocemente per un pacchetto di cipster, di tornare a casa con i vestiti buttati in un sacco di plastica, di continuare ostinatamente a giocare nonostante la stanchezza per poi crollare nel sonno abbandonando ogni proposito di scherzo notturno – al quale, peraltro, non avevamo mai creduto -, di mettersi in gioco, di abbandonarsi, di nascondere sogni smisurati, e problemi altrettanto smisurati, di odiarsi e amarsi, canzonarsi e aiutarsi allo stesso tempo, di dire parole inaspettate, di dimostrare attenzione e gentilezza sincere, così insolite negli adulti.

In tutto questo relazionarmi con persone così diverse da me, insomma, mi sono allenata ad andare oltre i miei limiti, mentali e fisici. Cercando di insegnare, ho imparato. E per farlo ho dovuto dormire cinque ore a notte, sorbirmi La sveglia birichina al mattino – e per fortuna che io ero già sveglia quando era il momento di farla partire, non mi sorprende che la odiassero -, spalmare creme solari e doposole a destra e a manca, e, soprattutto, scalare una montagna.

Ebbene sì, la sottoscritta è arrivata ai duemiladuecentoefischia metri della vetta del Terminillo, la “Montagna di Roma” che in realtà, invece, è di Rieti – e becca. Un’esperienza, come dire… che riempie. Sei lassù, ti fanno male le gambe, il sole è accecante se appena alzi lo sguardo, sei circondata solo di rocce e vento e allora respiri e guardi, guardi, giri lentamente sul posto e puoi vedere tutto, puoi vedere quasi il mare e intorno a te niente, solo rocce e vento e silenzio. Per arrivare a questa meraviglia non c’è un sentiero semplice: l’ultimo tratto, quello tra il rifugio più vicino e la vetta vera e propria, è un continuo saliscendi di spuntoni di roccia quasi a precipizio sulla parete della montagna. È lì che nasce buona parte del dolore alle gambe che si farà sentire in discesa: l’attenzione nel mettere il piede nel posto giusto, nel tentare di non scivolare, di non sbilanciarsi – e lo sbalordimento nel vedere quelli che volteggiano disinvolti sul precipizio, quasi senza guardare, o almeno così sembra, dove stanno camminando. Chiaramente parlo della guida alpina e del Don bergamasco, per la cronaca.

Ma poi arrivi, e questa è la vista da lassù.

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E poi sono tornata a casa, con un po’ d’abbronzatura e una bella tosse secca dovuta presumibilmente al fatto che avevo calcolato male lo sbalzo termico notturno e la felpa pesante è rimasta a casa. Il bello è che da quando sono tornata la tosse non accenna a sparire, anzi pare autoalimentarsi. Insomma sono arrivata al punto di tirare fuori l’aerosol dai meandri della mia infanzia e di assumere antibiotici, antistaminici e cortisoni vari come se piovesse. Ad agosto. Se dovessi partire in questo momento per un’ipotetica vacanza – che comunque non ci sarà – dovrei portarmi dietro sette e dico sette scatole di medicinali, oltre alla macchinetta per l’aerosol, si capisce. Neanche la mia ottantenne nonnina prende tutta ‘sta roba. Dovrò munirmi anch’io di un portapillole? Fra l’altro sto prendendo un farmaco che tra i possibili effetti collaterali elenca tosse. Ottimo, direi.

Ma a parte questo. Sono tornata, dicevo, dopodiché sono ripartita, questa volta alla volta (passatemela, è l’una e mezza) di Assisi: ritiro per gli animatori, finalmente. Tre giorni di caldo afoso e opprimente e di mangiate luculliane, di stradine medievali e torri umane (la nostra, sbilenca e a rischio slogamento caviglia per il povero pinnacolo), di “ecco la fontanella!” e, incredibilmente, di “ma voi avete l’autorizzazione per spiegare? Se non siete una guida autorizzata non potete parlare”  – frase rivolta da un non meglio precisato custode di una chiesa al Don che ci stava mostrando degli affreschi del Duecento, che a quanto ne so dovrebbero essere ancora patrimonio della collettività e non delle guide turistiche.

E poi sono tornata anche da lì. Sempre con la tosse.

E poi basta, eh, ho finito di andare in giro.

E la finisco così, brusca, perché l’antistaminico sta facendo effetto e ho sonno.

Ma attenzione, la fiction estiva di Castelli in Aria potrebbe riservarvi nuove, incredibili sorprese. Stay tuned – o anche: a recchie ritte!

Cose che (non) sto facendo – Seconda puntata

Una delle cose che ultimamente non sto facendo è scrivere quissù.

Direi che come affermazione è coerente sia al titolo sia alle mie attuali attività quotidiane.

Ok, a parte scherzi: sono abbastanza impegnata, è evidente, e per di più la stagione non invoglia a starsene seduti davanti a un pc. Per cui vi dico questo: mentre non scrivevo facevo molte altre cose, tipo cantare, giocare, scalare montagne (2000 metri, c’ho le prove!), conoscere nuova gente, sudare, beccarsi torcicolli e mal di gola, farsi tante domande, fare valigie, partire, tornare, lavorare, ridere, imparare.

Domani parto di nuovo per un paio di giorni (non a riposarmi, temo) sperando che la tosse mi dia tregua (dopo più di dieci anni ho tirato fuori un inseparabile compagno della mia infanzia: l’aerosol) dopo di che posso dire concluse la maggior parte delle attività che mi hanno preso tempo in questi ultimi due mesi. Dopo, promesso, racconto tutto.

Dopo, prometto a me stessa, ricomincio ad affrontare quelle domande che ho lasciato in sospeso due mesi fa e che nel frattempo potrebbero (dovrebbero!) aver maturato risposte.

(Se c’è una cosa che mi spaventa è di lasciar scivolare via il tempo. Ho paura, io, del tempo.)

La fiction dell’estate di Castelli in aria, insomma, continua, anche se al rallenty. Ci vuole pazienza commé. Stay tuned! (Finire così fa un sacco figo.) (Se pensate che io usi troppe parentesi sappiate che sono d’accordo con voi).