E sembrerò seria, e sembrerò in vena

Il mio mood da un anno e mezzo a questa parte, in estrema sintesi, è stato per la maggior parte del tempo questo:

(che poi, non ci vuole niente a sostituire “2013” con “2016”)

 

 

Tappi e tradizioni

Pomeriggio assolato di fine giugno.

Un distributore di benzina lungo una strada un tempo parecchio trafficata, ora un po’ meno.

Macchine pigramente parcheggiate di fronte al pigramente aperto baretto.

Una panda verde, piuttosto nota ai i locali, arriva spedita, si dirige alla pompa numero 4, si ferma.

Ne scende una ragazza riccia e occhialuta in jeans e maglietta che già dalla faccia si capisce che non tira una grande aria e che per piacere facciamo presto ché voglio andare a casa prima di subito e ‘sta cavolo di benzina costa sempre uno sproposito roba che se potessi andrei in triciclo e all’inferno le macchine porco mondo ‘sta vita.

Il totem inghiotte la banconota, l’erogatore fa il suo lavoro ed eroga, veloce perché di certo non si tratta di fare il pieno.

E poi arriviamo lì.

Al fatidico momento.

Il momento di rimettere il tappo della Panda.

Se qualche anno fa, infatti, il problema era aprirlo, nel frattempo da queste parti ci si è evoluti e al posto dell’impugnatura è comparsa la fessura per una chiave; scelta motivata dal fatto che qualcuno ha avuto la bella pensata di fregarselo, il suddetto tappo (circostanza che fa sorgere domande esistenziali sull’umanità tutta nonché visioni apocalittiche sul suo destino) e che ha facilitato di molto le operazioni di apertura, con grande gioia della ragazza riccia e occhialuta. Senonché, dato che evidentemente il rapporto con questo tappo non è destinato ad essere pacifico, è sorto un nuovo, esasperante inghippo: a volte non rientra. Si può stare cinque minuti buoni a tentare di reincastrarlo al suo posto, ma per motivi misteriosi quello rimarrà ostinatamente bloccato. Ovviamente solo ed esclusivamente nelle mani della ragazza. Perché in quelle di chiunque altro il problema non si pone.

“Ti serve una mano?”

“Ssssì, grazie!”

La ragazza riccia, dopo aver armeggiato per minuti interi, incupendo sempre di più l’espressione del viso che già in partenza, come detto, non era un granché, e dopo aver iniziato a bofonchiare a voce sempre più alta, offrendo evidentemente uno spettacolo curioso al vicino di pompa che stava intanto facendo serenamente benzina, aveva gettato la spugna e si stava dirigendo ad ampi passi al posto di guida brandeggiando nella mano destra il tappo con tutta la chiave, decisa a tornarsene a casa al silenzioso grido di ma che mme ne frega ammè ma morisse il tappo la benzina e tutti quanti. Sentendo l’offerta del vicino, per una frazione di secondo pensa addirittura di rifiutare e tornarsene finalmente a casa e pure di corsa. Ma è un pensiero passeggero.

“Eh vedi, ti si era girata la chiave e non rientrava”

Classici tre secondi di tempo.

“Grazie, eh!”

Perché le tradizioni vanno rispettate. Io ho bisogno di òmini che mi aprano o mi chiudano il tappo della benzina della Panda, e rigorosamente allo stesso distributore. Poi se, come in questo caso, si offrono addirittura spontaneamente, probabilmente mossi a pietà, è ancora meglio.

 

 

Sono stata nominata

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Ebbene si, Giulia Calli, autrice del blog Trent’anni e qualcosa, ha premiato il mio blog con il Liebster Award, un premio che io non sapevo neanche esistesse (e figuriamoci), ma che ha il bello scopo di far scoprire blog emergenti.

Ringrazio davvero tanto Giulia, che ho scoperto solo di recente ma che leggo sempre con grande interesse e piacere, e che ha avuto per me un pensiero così bello nonostante l’avversione – o l’ansia? – per le catene di S. Antonio.

Dunque, funziona così: bisogna rispondere a dieci domande poste dal blog dal quale si è stati premiati, nominare a propria volta altri dieci blog emergenti, cioè con meno di 200 followers, e proporre loro dieci nuove domande. Per chiarimenti, penso che la stessa Giulia si sia espressa meglio di me.

Quindi, mi accingo a rispondere.

1. Se potessi scrivere da una città diversa da quella in cui abiti, dove ti troveresti in questo momento?

Mi basterebbe Roma, è bellissima in questa stagione e mi manca un po’.

2. Ti ricordi il momento in cui hai deciso di aprire il blog?

Sì, avevo credo 16 anni. Ne ero molto entusiasta e anche curiosa, e non avevo neanche ben chiaro cose fosse, un blog!

3. Quali erano le tue aspettative al momento di aprire il blog?

Inizialmente l’ho aperto per tenere i contatti con persone lontane. Al tempo non esistevano socialcosi e per comunicare avevo solo le email, ma volevo anche condividere foto e incoraggiare una comunicazione un po’ più interattiva. E poi probabilmente mi piaceva l’idea di uno spazio tutto mio anche qui sull’internette.

4. In che momento della giornata ti piace più scrivere?

Credo di notte, o comunque la sera. È anche il momento in cui sono più incline alla riflessione.

5. Oltre a scrivere, sei anche un lettore accanito?

Lo ero, nel senso che ora ho un po’ perso il ritmo, ma la lettura rimane sempre il mio primo amore.

6. Quale libro hai sul comodino in questo momento?

“Il giovane Holden” di Salinger. Già letto, ma rileggere mi piace molto e in questo momento non ho libri nuovi per le mani.

7. Hai un episodio da raccontare legato al compimento dei tuoi 30 anni (se li hai già compiuti)?

Ce l’avrò fra qualche anno, si spera bello!

8. …e se ancora non hai 30 anni, cosa ti aspetti da questo cambio di decennio? O cosa ti aspettavi quando li hai compiuti?

Nella mia esperienza, le grandi svolte non sono mai coincise con date significative, anzi sono sempre avvenute quando meno me lo aspettavo. Quindi dai miei trent’anni non mi aspetto niente, invece dai trentadue o giù di lì qualcosa mi aspetterei…

9. Qual è l’ultima cosa che hai imparato da te stesso?

Ho imparato diverse cose negli ultimi tempi. La cosa però più bella che mi viene in mente, e che ho imparato su me stessa, oltre che da me stessa, è che mi piace stare in compagnia di me.

10. Anche nel tuo paese circolavano le catene di Sant’Antonio? Condividiamo questi traumi infantili…

Non ne ho mai ricevuta una, ma ne ho sentito parlare diverse volte. I miei traumi sono arrivati con internet e le catene via mail, un vero incubo!

Fatto ciò, nomino i miei blog, che però non saranno mai dieci, anzi sono solo tre: ne leggo pochi, e di questi ancora meno hanno un numero inferiore a 200 followers. E poi ho il sospetto che sia un mio modo sottile di boicottare le catene…

Dunque, premio grovigliosorridenteLe cose succedonoMikelAlice. Tre donne che mi piace leggere e alle quali chiedo:

1. Come nasce il titolo del tuo blog?

2. Cosa ti spinge a scrivere un post, di solito?

3. Hai mai tenuto altri blog o ne tieni altri tutt’ora?

4. Ti piacerebbe scrivere per vivere?

5. Quali sono i tipi di blog che ti piace più seguire?

6. Tra leggere e scrivere, cosa preferisci?

7. Sei un tipo “tra le nuvole” o preferisci stare con i piedi per terra?

8. Se potessi costruire qualsiasi cosa con le tue mani, cosa ti piacerebbe essere in grado di creare?

9. Qual è il regalo che ti farai nel prossimo futuro?

10. Se continuerai mai questa catena, qual è il tempo medio che impiegherai per convincerti a farlo? Io ci ho messo “solo” due settimane.

Ovviamente chiunque voglia può rispondere a queste domande nei commenti, ché sono curiosa, e soprattutto diffondere e condividere bei blog da leggere, ché fa sempre bene.

Ora odiatemi! Ma vogliatemi bene lo stesso.

Le giornate coperta

Le giornate coperta sono quelle giornate in cui, a un certo punto, vorresti che tutto venisse seppellito non dico sotto un velo pietoso, no, proprio sotto una bella coperta di quelle pesanti, che tengono caldo e danno sicurezza: stendi la coperta, tutto va a posto e grazie tante. Le giornate coperta non sono quelle in cui va tutto storto fin da quando si posa a terra il piede dal letto; no, quelle sono altre, si possono chiamare in vario modo, anche semplicemente giornate-ma-perché-non-mi-sono-girata-dall’altra-parte, dato che la cosa migliore da fare sarebbe, appunto, spegnere la sveglia, voltarsi dall’altra parte e continuare a dormire fino al giorno dopo – e tu lo sai, ma ti ostini ad alzarti e ad affrontarle lo stesso, ché ti tocca.

No, le giornate coperta sono più infide: iniziano bene, magari nel migliore dei modi, oppure iniziano normalmente, e poi piano piano, ora dopo ora, ti rendi conto che stanno andando sempre più… male. Male, e basta. Hai un appuntamento che sembra essere risolutivo ma invece non concludi niente, hai bisogno di una cosa che al negozio non trovi, la macchina ti lascia quasi a piedi, passi due ore al computer a informarti per un corso che si rivela più complicato del previsto e non sai nemmeno se ti servirà mai, lo strumento infernale con il quale si fa salire la legna per il camino quasi si rompe e devi fare due volte sue e giù per riempirlo, accendi il pc per scrivere la tesi e ti accorgi che il documento con l’ultimo salvataggio è rimasto su quello del tuo ragazzo a chilometri di distanza, e WordPress neanche funziona a dovere. E così arrivi alle sei di sera che vorresti solo una bella coperta, calda e consolante, sotto la quale ficcare tutto e riposare finalmente la testa e il corpo, senza pensare più a nulla. Chiusa in casa, tu e la coperta, e tutto il mondo fuori.

Ma il punto è che, in realtà, tutto questo non ti toccherebbe più di tanto in una giornata di ordinaria follia, in una giornata media in cui te ne capitano poi poche meno, ma insomma siamo lì. Le giornate coperta richiedono la coperta perché in realtà quello che si vorrebbe è accoccolarsi e lasciare che scivolino via i fantasmi che popolano il pensiero, quelli nascosti, che anche se stai pensando ad altro o stai facendo altro sono lì che passeggiano, dietro le quinte di ogni azione o parola, e non ti lasciano.

Sono lì che aspettano che tu ti decida a farci i conti, a elaborarli, a digerirli. Ti stanca molto, questa lotta per tenerli lontani, per permetterti di fare quel che devi, per trovare le motivazioni. Ma non è colpa tua; ci sono e basta. E quando tu non ci pensi, sono loro a pensare a te.

Le giornate coperta sono così: va tutto male, ma quel che davvero sta male è quel punto imprecisato all’altezza dello stomaco, che a volte scende verso la pancia, a volte risale fino al cuore, alla gola, agli occhi, e che vorresti poter curare con una semplice coperta – e un buon libro, già che ci siamo; e una confezione di gelato, per buona misura.

Ma siccome lo so, io, che le giornate coperta non si risolvono mai con una semplice coperta, sono qui che mi intestardisco a tenere fede almeno ai miei impegni, a non lasciarmi stressare troppo da cose irrilevanti, ad ascoltare musica allegra che, ho scoperto, è molto più utile di quella malinconica nelle giornate coperta.

E mi scopro a pensare con più leggerezza, a sorridere di me stessa, di quanto posso essere ridicola nel mio riflettere su cose tremendamente serie, e non so perché questo mi ricorda, al rovescio, di quanto sarò parsa ridicola quando ho passato quasi mezz’ora a decidere attentissimamente e serissimamente quale maschera di carnevale comprare e poi ho preso un paio di occhiali rossi giganti che mi hanno invidiato tutti i bambini di Piazza del Popolo il giorno di martedì grasso.