Malattia affettivo-emozionale a prognosi infausta

Sembra che sia arrivato il freddo, così, d’un botto. Fino all’altro ieri avevo ancora la giacca da metà stagione e adesso ho messo il cappello di lana.

Il freddo improvviso fa male, coglie impreparati, si rischia di ammalarsi. E, soprattutto, si sente ancor più freddo di quanto non si dovrebbe; se solo fosse arrivato più gradualmente, a suo tempo, ecco.

Io cammino stringendomi nella sciarpa, pensando che c’è proprio aria di Natale, con le luminarie comparse magicamente il giorno dell’Immacolata lì dove fino al giorno prima c’era solo un albero, o un balcone anonimo.

Siedo nelle chiese, incerta del perché mi ritrovi lì. Non lo so più tanto bene in cosa credo. Vado in automatico e tutto mi sembra un pretesto per riflettere su quello che provo – o che non provo.

Mi guardo intorno e ho come l’impressione che i rapporti con le persone mi si sfilaccino tra le mani, lasciandomi solo un sorriso un po’ congelato, un po’ malinconico. Forse non ho mai imparato davvero a relazionarmi con il mondo; forse la sensazione forte di solitudine che mi striscia dentro è persino necessaria, adesso.

Le ore trascorse sui mezzi pubblici sono segnate da soliloqui interiori e da epifanie di significato – ingannevoli, probabilmente. Oltre al fatto che sembrano essere gli unici momenti in cui riesco a studiare.

Se ho l’impressione che sia quasi necessario rompere qualcosa – qualcosa di bello grosso -, lasciare tutto, lasciare tutti, lasciare anche me stessa se solo fosse possibile, sconvolgere la mia esistenza e non farmi più trovare, abbandonare ogni certezza, piantare in asso ogni aspettativa, qualcosa vorrà dire.

Mi sa che sono piena di rabbia, da qualche parte, qua dentro.

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3 pensieri riguardo “Malattia affettivo-emozionale a prognosi infausta

  1. Io continuo a chiedermi perché ho sempre così voglia di non avere passato, radici, legami (poi mi sono incasinata la vita con legami indissolubili come i figli ma questo è un altro discorso). Ho passato tanti anni sui tram.

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