Antropologicamente parlando

Stavo pensando ieri, mentre cammina cammina andavo all’università, a quante peculiarità permettano di identificare il romano. Calandomi nei panni del Lévi-Strauss de noantri, ho ricordato che le primissime cose che notai quando venni a vivere più o meno stabilmente nella capitale furono: la tendenziale indifferenza per le basilari regole di buona guida, prima fra tutte la pur minima considerazione per le strisce pedonali, e parallelamente la nonchalance con cui gli stessi pedoni si appropriano di strade e marciapiedi.
Mi spiego.
Io, piccola e ingenua cittadina di provincia, in genere riuscivo ad attraversare la strada semplicemente aspettando, magari con atteggiamento sul vedi che devo passa’, certamente in pizzo in pizzo alle cosiddette zebre, che gli automobilisti, giustamente, si fermassero. Quando mi trovai a camminare per la capitale scoprii che tutto ciò non era più possibile, semplicemente per il fatto che una strategia del genere era destinata a lasciarti piantata sul bordo della strada anche per tutto il giorno. Per attraversare la strada a Roma puoi applicare una sola strategia: quella del kamikaze. Consiste nel buttarsi letteralmente in strada senza starci troppo a pensare, con passo rapido o meno rapido (anzi spesso con una certa calma, tanto che ce frega), se si è proprio bravi senza manco buttare un occhio su eventuali macchine in arrivo, e soprattutto rimanere imperturbabili anche se si è sfiorato per un soffio l’incidente o se si è responsabili di un tamponamento, figuriamoci di un ingorgo. Il bello è che in tutto questo le strisce pedonali non c’entrano niente: l’arte dell’attraversamento selvaggio è applicabile anche e soprattutto dove delle strisce non c’è la minima traccia.
Insomma, è una gara a chi si appopria prima e meglio della strada: se vuoi sopravvivere da pedone devi avere una buona dose di determinazione e incoscienza, se invece vuoi farti strada (è il caso di dirlo) da automobilista…anche. Nel secondo caso devi sviluppare pure capacità fisiche e mentali in grado di tenere sotto controllo il caos che ti circonda quando guidi, di vedere parcheggi dove normalmente non ci sarebbero (e non ci sono), di mantenere la calma anche in situazioni paradossali (e vi assicuro che ci sono), ma questa è un’alta storia.
Del resto, i romani sono padroni anche del marciapiede. E non soltanto perché ci parcheggiano qualsiasi cosa che abbia delle ruote. Ogni volta che passo su un marciapiede stretto, soprattutto quando ho quattro buste della spesa che mi stanno schiantando le braccia, posso stare sicura che troverò persone che vengono nel senso contrario o sono semplicemente ferme a farsi i fatti loro, che mostrano apparentemente di non vedermi. Per guardare mi guardano anche, magari, magari mi fissano pure un po’, dato che avrò gli occhi fuori dalle orbite per i chili di roba che trasporto, ma a quanto pare non mi vedono, dato che non accennano minimamente a spostarsi. Puoi anche morire, ma non ti faranno spazio. Anzi, volendo ti urtano anche, e a te vengono i mente diversi modi di urtare loro. Anche qui è questione di forze contrapposte, di chi è più impunito. Devi fare come loro, devi arrivare a un centimetro senza spostarti minimamente, fin quando non capiscono che se non si levano gli vai addosso. A quel punto l’equilibrio tra le due forze è raggiunto: mi sposto un po’ io, ti sposti un po’ tu e c’entriamo tutte e due. Si, è una guerra.
Purtroppo io non sono ancora pienamente capace di destreggiarmi in queste danze tribali. Dopo due anni di vita romana non sono ancora in grado di operare un vero e proprio suicidio sulle strisce (diciamo che mi sto allenando), figuriamoci se oso passare dove le strisce non ci sono; ogni volta che torno a Rieti mi stupisco del fatto che gli automobilisti si fermano quando mi vedono sul bordo, ma a Roma qualche volta trovo anche qualcuno che mi lascia passare (incredibile ma vero). E non sono neanche in grado di andare addosso alle persone sul marciapiede, diciamo che ci sto lavorando.
Del resto, l’intelligenza è adattamento.*


* citazione da Jean Piaget, tiè!

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2 pensieri riguardo “Antropologicamente parlando

  1. da cittadino di provincia a mio volta non posso che ritrovarmi in questa Vostra disanima assai precisa et puntuale

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