Di come non sono più una fuorisede a San Lorenzo

Cinque febbrili ore di trasloco con appena tre ore di sonno, una fretta matta per i tempi stretti, non credevo nemmeno fosse possibile, e la casa di San Lorenzo non è più casa nostra. L’abbiamo salutata una settimana fa dopo tre anni di vita da fuorisede, svuotandola di molte più cose di quante pensassimo. Troppe: non ho idea di dove metterle. Come si fa a fare spazio ad una casa dentro un’altra casa, ad una vita dentro un’altra vita? Bisognerà lasciare che vengano in contatto, dovranno, che so, assorbirsi a vicenda, scomporsi e ricomporsi in qualcosa di nuovo, una sorta di osmosi dell’anima… Dopotutto sono due prospettive dello stesso orizzonte.

Come ha fatto una casa così piccola a contenere tante cose? Molte sono del tipo che non è possibile caricare su un furgone. Mentre la guardavo, così vuota come è rimasta, mi sono chiesta quanto di noi sarebbe rimasto lì, catturato tra le pareti, impossibile da portar via, invisibile. Solo quando ti senti parte di un luogo, e questo luogo è a sua volta parte di te, puoi consentirti di chiamarlo casa. Per lungo tempo io non l’ho fatto, poi mi sono sorpresa a non poterne fare a meno.

Quando ho iniziato la mia vita da fuorisede sono atterrata a San Lorenzo in punta di piedi, ad occhi sgranati, portandomi dietro una valigia piena di trepidazione, timore, fiducia cocciuta e parecchia voglia di essere felice. Tenendo per mano chi faceva il tifo per me – ed io lo facevo per loro. In questi anni al secondo piano, quando dalla finestra vedevo solo altre finestre e una striscia di cielo singolarmente inattendibile per qualsiasi valutazione di tipo atmosferico, non sono mai riuscita a salire in terrazza, sul tetto del palazzo. L’ho fatto per la prima e unica volta una settimana fa, quando con tutti i protagonisti della nostra personale versione di aggiungi un posto a tavola, ultima di una lunga serie per la verità, però questa speciale e in grande stile per l’occasione, siamo saliti per vedere l’effetto che fa e dare un degno addio a tutto quanto, dall’alto. Per brindare sotto le stelle e ballare una specie di salsa che era salsa solo per noi, ma andava benissimo. Per illuderci inconsciamente di fermare il tempo, forse.

(Per fare le quattro parlando di piccioni assassini e consonanti fricative, anche. Ma questa è un’altra storia.)

Avrei voluto vedere l’alba sui tetti, nel fresco silenzio di quella notte che mi cullava, circondata dalle persone che mi hanno accompagnato in questo pezzo di strada e che spero lo faranno ancora. Non l’ho vista, dovrò rimediare. In fondo non è un addio, è solo un arrivederci, un ciao, amore, ciao. L’addio lo do a un universo di sentimenti impastati di odori e parole che abbiamo tentato di fissare negli anni con foto, oggetti, frasi sospese nel tempo, aggrappate a quello spazio esiguo ma più che sufficiente per viaggiare, dove ad abitare non siamo stati i soli. Quando siamo entrati eravamo sicuramente tre persone diverse da adesso – ma non poi così diverse. Una quarta ci ha sempre camminato a fianco, è cresciuta con noi. Le altre hanno orbitato intorno a questo civico sempre aperto, ci hanno guardato dentro, hanno alzato il volume della vita da studenti. San Lorenzo è stato il teatro di questa storia, per tutti e per me, che lo attraversavo a piedi tutti i giorni rintracciando percorsi nuovi o già conosciuti, scoprendo un quartiere-paese che non vive solo di notte come molti pensano. Ma come ha scritto qualcuno, le guest star siamo state noi, tra piatti di pasta e risate, buste della spesa e pianti e litigate, nottate sui libri e lavatrici e panini, bottiglie di vino e chiacchierate a notte fonda, pizze a domicilio e connessioni rubate, serate cinema sul divano inglobatore e viaggi tra autobus e tram, partite a Risiko e Taboo nei pub e il gatto dei vicini, Rivera e le pareti sottili attraverso le quali si sentiva tutto, ma proprio tutto. Non è stato solo per le lezioni se in questi ultimi mesi sono stata a Roma più del solito. Ho cominciato a salutare la città da diverso tempo, per gradi. Ci vuole cautela in questi casi, le carezze sono notoriamente più efficaci degli strattoni. Non la evitano, ma rendono più dolce la lacrima che minaccia di scendere sull’autobus di ritorno, l’ultimo da cittadina romana.

Una porta si è chiusa. Per fortuna che il nostro civico, quello vero, quello fatto di noi, quello che abbiamo costruito da qualche parte tra cuore e cervello, si, quello è sempre aperto.

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3 pensieri riguardo “Di come non sono più una fuorisede a San Lorenzo

  1. Un post che mi trova in perfetta sintonia. Un sentimento difficile da conodividere e persino comprendere per chi non è, e in procinto di non essere più, fuori sede.
    Capisci cos’è casa solo quando, come il miglior luogo comune dice, te ne stai andando. I ricordi affiorano, la nostalgia imperversa, vorresti non lasciare, ma sai bene che un capitolo è chiuso e bisogna “solo” avere il corraggio di andare avanti, mettendo da parte quella paura che ti rapisce.

  2. Si tratta sempre di un riadattamento, passare da una vita quasi del tutto autonoma (fatta eccezione per alcuni non trascurabili aspetti, ma sicuramente tale nel vivere quotidiano) a una molto più simile a quella pre-università. Nel frattempo sono cambiate un mondo di cose, me stessa per prima. E poi c’è quel senso di appartenenza ad un luogo, così legato a un periodo ben preciso e a determinate persone, che fa proprio rimpiangere di non poter continuare come è stato fino a quel momento. Il punto è che senza la fine non ci può essere l’inizio, e questo è importante.

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